9 novembre 2002

Guerra permanente, 11 settembre, crisi economica:
Gore Vidal
,
scrittore e saggista, discute le tesi del suo ultimo volume
Le menzogne dell’impero

di Lucio Manisco

L¹esito delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti è stato interpretato da qualche commentatore come la restaurazione della legittimità di George Bush, portato due anni fa alla presidenza dalla Corte Suprema e da quella che nel tuo libro chiami la "Junta petrolifera" che occupa oggi la Casa Bianca. Cosa pensi di un’interpretazione del genere?

Nulla di più lontano dal vero. Sembra che l’affluenza alle urne sia stata intorno al 37-39 per cento; il che vuol dire che solo un 20 per cento degli iscritti nei registri elettorali - un americano su cinque - ha votato non per Bush ma per i candidati repubblicani alla Camera, al Senato e in qualche governatorato. Non credo proprio che si possa parlare della legittimazione di un presidente che non ha ottenuto la maggioranza del voto popolare e che è stato imposto al paese da una grossolana truffa elettorale in Florida e da una più grossolana sentenza della magistratura suprema.

Non si può comunque dire che Bush non sia uscito rafforzato da questa prova elettorale.

Con l¹investimento di 150 milioni di dollari da parte delle grandi corporazioni sono usciti rafforzati il partito della guerra e il partito dell¹avidità e dei profitti: le conseguenze saranno gravi, gravissime per la pace nel mondo e per l’economia degli Stati Uniti. La protesta cresce, soprattutto in Europa come stanno ampiamente dimostrando le giornate dei "no-global" a Firenze, un evento molto importante che i mass media Usa stanno cercando invano di minimizzare.

Nel primo capitolo di "Le Menzogne dell’Impero e altre tristi verità" che reca la data dello scorso settembre, ti chiedi se il Congresso darà l’approvazione per una guerra e se l’Onu farà eco a papa Urbano II e darà la sua benedizione a questa crociata al petrolio. Sono trascorsi due mesi e il Congresso ha dato l’approvazione richiesta mentre le Nazioni Unite proprio in queste ore si apprestano con qualche difficoltà a offrire a diversi governi europei la foglia di fico necessaria a mascherare il loro asservimento al padrone Usa. Cosa è successo a tutti quei congressisti che in un primo tempo avevano manifestato un forte dissenso su una guerra preventiva contro l’Iraq?

Le cose non stanno proprio così: il congresso non ha conferito espressamente al presidente il potere di dichiarare la guerra...

Dagli anni cinquanta in poi il congresso non ha mai approvato vere e proprie dichiarazioni di guerra, ma gli Stati Uniti hanno scatenato lo stesso molte guerre. Resta il fatto che il congresso anche questa volta ha dato il via libera al Capo dell’Esecutivo.

Come ai tempi della risoluzione sul Tonkino, è vero: il problema è che in questa legislatura volta a termine tutti i congressisti andavano a caccia di una candidatura presidenziale. Persino Daschle si candidava e sono in pochi a conoscerlo e ancora in meno a penare che sia un personaggio di calibro presidenziale. Ma lui è convinto di potercela fare e va avanti da solo, così come tanti suoi colleghi idioti che per lo stesso motivo non se la sono sentita di dire no a Bush. É chiaro che io non sono meno patriottico di questo presidente, ma posso dire con assoluta certezza che gli americani sono contrari alla guerra: questa è una realtà ancestrale che risale alle origini, al generale Washington; un imperativo antico che ci ha sempre suggerito di star fuori da queste cose. Sono molto fiero di dire che sotto questo aspetto noi siamo un popolo talmente codardo da non aver voluto mai combattere guerre all’estero per "sistemare" dei paesi di cui più spesso che volentieri non conoscevamo neppure il nome e l’ubicazione geografica.

Le guerre le avete fatte lo stesso e sempre sulla scia di un ricorrente "great american disaster", di un grande disastro americano, utilizzato come trampolino di lancio per l’espansione dell’Impero: la distruzione dell’Alamo di Davy Crockett, l’esplosione della corazzata Maino all’Avana, Pearl Harbour su cui tu hai tanto scritto ed ora le Due Torri.

Questa volta non abbiamo soldi per una guerra all¹Iraq, anche se certamente la faremo. Non so davvero dove li prenderemo questi soldi; non certo dalle tasse che Bush junior ha tagliato. Tagli senza precedenti alle tasse sui ricchi, soprattutto sulle grandi imprese che ormai negli Stati Uniti non pagano più le tasse: è considerato antipatriottico far pagare le tasse alla General Motors o alla General Electrics.

Dieci anni fa la prima guerra all’Iraq fu pagata da Emirati Arabi e da Governi stranieri come quelli giapponese e tedesco e gli Usa fecero anzi "la crescita" e ci guadagnarono qualcosa come sei miliardi di dollari.

Forse quei conti li gestivano la Paramount Pictures o la Enron? Ora veramente non c¹è un dollaro da buttar via e tanto meno uno yen giapponese o un euro tedesco. Se non esistessero altri motivi, questo sarebbe più che sufficiente per evitare l’attacco all’Iraq. Quando si bruciano somme pazzesche di cui non si dispone, le conseguenze sono calamitose: saremo costretti a stampare carta moneta, a scatenare un¹inflazione senza precedenti, ad andare in bancarotta ed a portare alla bancarotta altre economie. Anche se l¹euro la scorsa settimana ha raggiunto la parità con il dollaro, voi in Europa non state certo meglio di noi. C’è già una recessione in corso e andremo verso un "crash" tipo 1929. Qui si parla di finanziare l’invio di 250mila soldati e l’impiego di nuovi mezzi bellici dei più "sofisticati", letali e costosi.

Quello che preoccupa ed allarma è che questa volta, a differenza del 1990-1991, non assistiamo ad una massiccia mobilitazione di truppe. Quindi per rovesciare il regime di Saddam e "portare la libertà agli iracheni" si farà grande uso di quei mezzi sofisticati, letali e costosi di cui gli stessi "Stranamore" del Pentagono hanno menato gran vanto. È giustificato parlare di eccidio e genocidio annunciati?

E¹ giustificato per noi parlare di questa tragedia imminente. Non ne parlano negli stessi termini i mass media perché i loro proprietari e gli interessi che rappresentano sono i beneficiari di ogni guerra e di questa in particolare; sono gli stessi personaggi che gestiscono o che comunque si prendono cura del business petrolifero. Perché questa contesa riguarda primariamente i giacimenti di greggio in Iraq e nei paesi vicini nel contesto del rapido esaurimento di altre risorse come quelle del Mare del Nord e dei crescenti consumi negli Stati Uniti: "loro" hanno il petrolio ma noi pensiamo che non se lo meritino perché noi siamo veramente i buoni, mentre loro sono i cattivi. Quindi decidiamo di portarglielo via in questa marcia verso l’Est, sempre più verso l’Est fino ed oltre il Mar Caspio.

In questo tuo ultimo saggio su "Le menzogne dell’Impero e altre tristi verità" pubblicato in anteprima italiana da Fazi Editore, hai scatenato un attacco frontale contro la "Junta Bush" e hai chiesto lo "impeachment", la procedura di destituzione del presidente degli Stati Uniti. Toglimi una curiosità: con l’apoplessia patriottica e con il clima di piombo calati sul tuo paese, ti senti sicuro nei frequenti viaggi che fai tra New York e Los Angeles?

Non mi sento affatto sicuro e spesso per strada vengo fatto oggetto di attacchi verbali e improperi di ogni genere. Anche qui a Roma sta accadendo qualcosa del genere: stamane nel salone di ingresso del mio albergo tre corpulenti turisti americani mi hanno riconosciuto e hanno urlato che sono un traditore, un amico dei nemici del mio paese. Sono episodi che mi procurano qualche momentaneo disagio ma anche molta soddisfazione: vuol dire che quanto vado da tempo scrivendo non cade nel vuoto, disturba il conformismo imperante, irrita i ladri di verità.

Ti compiaci allora di condividere con Noam Chomsky il titolo di nemico pubblico numero uno dello establishment Usa?

Ma guarda, è così che funziona: quello che dico è quello che pensa e senta la grande maggioranza degli americani. Non sono un eccentrico, sono in mezzo alla gente, sono la voce di quello che pensa il popolo americano, che non vuole la guerra ma che non vuole esporsi. Gli americani sono stati travolti da questa fanfara patriottica, ma posso assicurarti che se una sera tengo una conferenza, assistono 4mila persone, mentre se parlasse ad esempio un Ted Kennedy, non ci andrebbe nessuno... E questo significa qualcosa: anche Chomsky riscuote lo stesso successo di pubblico. Io forse un pò di più.

Una domanda che spesso ci poniamo in Europa: qual è il ruolo del dissenso intellettuale negli Usa? Tu affermi di dare voce al popolo americano, ma quali sono gli effetti? In un certo senso, il "dissenso" rimane un pò nell’accademia, in un gabbia dorata, e offre anche un alibi al governo per autocompiacersi nel dire «ma guarda come siamo democratici: accettiamo Gore Vidal!!», con tutti i veleni. So che il dissenso è come un seme che potrebbe germogliare dando ottimi frutti, ma al momento qual è il ruolo del dissenso? Qual è l’effetto vero e proprio, che cosa cambia grazia al dissenso oggi?

Solo un 3-4% degli americani si interessa di politica. Gli altri non si interessano e non sanno nulla. Bisogna parlare a questo 3 o 4%, non importa quanti siano realmente. Bisogna raggiungere queste persone, è l’unico modo. Alcuni anni fa ebbi una discussione con Hillary Clinton, sulle stesse cose di cui stiamo parlando adesso. Parlammo del suo progetto di realizzare un sistema di sanità per tutti: io le dissi che aveva aspettato troppo, che si era lasciato tempo ai malintenzionati di fare propaganda e di bloccare tutto quanto. Le dissi che pensavo che il 10% degli americani sentisse fortemente queste problematiche... Ma Hillary Clinton rispose «molto meno», e comunque sì, è circa il 3% ad interessarsi veramente di politica. Riuscire a coinvolgere queste persone, che rappresentano un pubblico raggiungibile, è tutto quello che possiamo fare.

Al momento, negli Stati Uniti, dopo l’esito elettorale non vedo molti cambiamenti, anche perché questo 3% è silenzioso...

I media non dedicano largo spazio al dissenso, tutte le voci vengono soffocate. In aprile, quando l’altro mio libro è uscito in America, avrei dovuto comparire in sette trasmissioni televisive. Di queste, cinque sono state cancellate: cinque su sette. Ho fatto solo due programmi, e gli altri sono stati cancellati il giorno stesso della trasmissione: dalla Cnn, da altre reti, senza spiegazioni di alcuni tipo. Il problema è che se io sono in televisione, si alzano gli ascolti: io lo so, e anche le televisioni stesse sanno che io lo so. Me lo dice lo stesso Peter Jenkina, dell’Abc, che cerca sempre di farmi andare in onda. E che scusa dovrei mai dare? Una volta facevo un programma insieme a Buckley, sulla Abc, un ottimo programma. E ora mi dicono, "saresti offensivo". E io mi chiedo che cosa mai potrei dire per essere "offensivo"? Una volta forse, con Buckley, hanno pensato veramente che fossi offensivo, quando dissi che i due partiti statunitensi sono uguali, anzi, di più: abbiamo un solo partito politico con due destre, una che si chiama "democratica" e una "repubblica". Ecco, forse quello fu considerato offensivo, o addirittura un tradimento, visto che si era nell’anno delle elezioni.

Beh, il partito demo-repubblicano è una sorta di "partito intercambiabile e polivalente".

Sì. Ecco perché troppa verità crea disperazione nei circoli del libero mercato.

Veniamo al tema principale del tuo saggio: il comportamento di Bush avrebbe consentito l’attacco alla Torri Gemelle.

Questo non lo dico perché non lo so. Ho delle opinioni, ma non presento mai le opinioni come se fossero fatti.

Nel libro però tu fornisci indizi in questo senso, e non sei certo il solo.

Ci sono degli indizi.

Sì, congetture... Vien fatto di pensare alla canzone dei Beatles "Let it be"... a livello congetturale è possibile che una amministrazione più o meno responsabile o irresponsabile degli Stati Uniti abbia permesso che avvenisse questo grave attentato?

Ci sono alcune domande a dir poco sconcertanti, rimaste senza risposta. Perché per un’ora e venti minuti dopo l’impatto del primo aereo sulle Due Torri non si è fatto nulla? Normalmente, come prescrive la legge su emergenze del genere, quando un aereo viene dirottato, vengono fatti decollare degli aerei intercettatori nel giro di tre minuti.

Hanno detto che in quel momento sulla costa Atlantica avessero solo tre caccia a disposizione.

Ma chi può credere ad una storia del genere? È una favola: gli Stati Uniti sul territorio nazionale hanno centinaia e centinaia di caccia intercettatori in stato di all’erta.

Entrano allora in gioco le solite scuse, l’elemento sorpresa e l¹inefficienza dei comandi.

Come al solito.

Nel tuo libro scrivi che i comportamenti dell’aviazione militare furono a dir poco irrazionali e comunque incomprensibili.

Non si trattò, è vero, di coordinare e ordinare un bombardamento massiccio - non c’erano giapponesi da far fuori. Il fatto rimane che il 9 settembre i nostri aviogetti militari rimasero a terra per un¹ora e venti minuti e a tutt’oggi non si capisce ancora perché.

Non si è trattato dunque di sola inefficienza, che è nel Dna di militari, ma di qualcosa di diverso?

Dico solo che un attacco aereo contro il Pentagono lasciato senza difesa, un attacco contro la capitale dell’impero globale, non è una cosa possibile. E allora cosa è veramente accaduto? Come mai non è stato immediatamente allertato il Norad, il nostro formidabile difensore nel cielo e nello spazio? È entrato in scena, o è stato costretto ad entrare in scena dal generale Myers solo dopo che tutti i bersagli erano stati centrati.

Quindi anche il comandante in capo Generale Myers sarebbe coinvolto in questo grosso pasticcio?

Ma certo. E in tempi non troppo lontani le corti marziali sarebbero entrate in funzione a pieno ritmo. A parte qualche "inchiesta interna" dei servizi e del Congresso i tribunali militari questa volta sono rimasti a casa.

Sono accadute molte cose dopo il 9 settembre: dal National Security Act di Truman si è passati al Patriot Act che ha azzerato il Bill of Rights - la Carta dei Diritti integrata nella Costituzione - ed ora alla vigilia della "guerra preventiva" contro l’Irak. Tu hai menzionato le giornate dei "no global" a Firenze ma l’opposizione alla guerra mobilita un pò tutti in Europa, grazie anche a quotidiani quali il "Guardian", "Le Monde", "Liberation", il "Frankfurter Rundschau". Purtroppo nulla del genere viene registrato negli Stati Uniti. Si tratta solo di "Apoplessia patriottica" che coagula il consenso e paralizza l’informazione?

L’opposizione c’è, basta pensare alla recente marcia per la pace di Washington, ma i mass media in gran parte la ignorano o ne travisano significato e portata con i risultati che abbiamo visto nelle ultime elezioni. C’è comunque un’altra informazione, sotterranea, veramente alternativa, ad esempio in tutte le università. E di questo abbiamo già parlato. E poi sull’altro versante c’è, con poche eccezioni, il silenzio assordante di tanti cosiddetti "intellettuali" e il vociferare bellicista dei prezzolati, che del resto non mancano certamente anche nel tuo paese. Un degrado sconfortante delle coscienze che va contro e soffoca il sentimento popolare: il confronto con quanto accadde durante la guerra del Vietnam e prima ancora potrebbe far disperare.

Già, mi sembra che le tue pagine siano soffuse di nostalgia per un passato più o meno lontano. In questo libro mi hanno sorpreso le tue osservazioni sull’età dell’oro, sugli anni del dopoguerra, sulla creatività e la generosità e l’impegno degli intellettuali di allora. Eppure quelli furono gli stessi anni in cui vennero gettate le fondamenta dello "stato di sicurezza", della Cia, dell’Impero. Le stesse persone che avevano letto Dante e studiato a Yale ed erano state educate alle più elevate virtù civiche finirono con il reclutare fior fiore di nazisti al servizio del nascente impero, con il somministrare a titolo sperimentale l’acido lisergico o Lsd a cittadini inconsapevoli, con il manipolare i risultati di elezioni democratiche - tu citi il caso dell’Italia - con il rovesciare governi democraticamente eletti, e poi ordirono complotti e assassinii politici, appoggiarono dittature delle più atroci, crearono i presupposti della disastrosa invasione della Baia dei Porci. Il tutto in nome di che cosa? Non certo di alte virtù civiche, ma sicuramente dell’impero da costruire. E tu chiami questa l¹età dell¹oro?

Sì, perché il popolo americano era felice di tornare al suo stato naturale, quello della pace e purtroppo non si rendeva conto che altri a suo nome stava pianificando la guerra fredda. Accadeva tutto a Washington nella stanza dei bottoni e noi non ne sapevamo nulla. E così nel 1950 eravamo di nuovo in guerra con la Corea, e da quell¹anno ad oggi la guerra non è mai finita: ora è diventata permanente e come tale viene proiettata nel futuro. Allora tutto questo non potevamo neppure immaginarlo.