9 settembre 2004

René Descartes e i complotti anti-Chirac della Cia

Il magistero del professor Daniel Pipes

di Lucio Manisco

 La razionalità cartesiana - il metodo matematico e logico applicato alla filosofia - può portare a risultati ambivalenti, accettabili o meno, se viene introdotta in una dialettica precipuamente geopolitica. Una riflessione inevitabile la nostra dopo l'occasionale conversazione avuta con un collega francese, o sedicente tale, secondo cui la resistenza, pardon, il terrorismo iracheno ed islamico, o almeno il suo dipartimento "rapitori e sgozzatori", opera al soldo dei servizi segreti Usa e del professor Daniel Pipes, nominato due anni fa dal presidente George W. Bush alla direzione dell'ente federale "U. S. Institute for Peace". Il nostro interlocutore che asseriva di averci frequentato in tempi lontani a Washington sosteneva che la sua era una tesi ampiamente condivisa dalle redazioni di Le Monde e di Liberation grazie alle informazioni privilegiate ricevute dai servizi francesi da lui amabilmente chiamati «nos assassins».

Attaccando con il rapimento dei due giornalisti un paese come la Francia, dichiaratamente ostile all'avventurismo militare Usa in Iraq e dintorni, questi agenti prezzolati avrebbero fornito solide basi alla teoria dello scontro di civiltà ed alla necessità di una crociata contro l'Islam che non permetterebbe più distinzioni o diserzioni in campo occidentale.

La prova? La prontezza con cui il presidente Chirac, informato sin dallo scorso dicembre dai suoi servizi del complotto ordito dalla Cia e dalla National Security Administration, è riuscito a mobilitare in poche ore l'intero mondo arabo e gran parte dei gruppi cosiddetti terroristici che operano in Medioriente. La controprova? La reazione degli Stati Uniti al successo della contromanovra francese si è manifestata con i massicci bombardamenti di Falluja, ove si attendeva giovedì scorso il rilascio dei rapiti e poi le nuove condizioni poste dai rapitori per rinviare il rilascio stesso.

Il tutto naturalmente ci è stato enunciato con la lucida razionalità del grande René Descartes.

La nostra perplessità, ingenerata anche dalla perfetta conoscenza degli affari italiani e della nostra stampa, compresa Liberazione da parte del nostro presunto collega - si stupiva perché le allusioni alle sue tesi di alcuni commenti di Le Monde e di Liberation non avessero trovato eco alcuna sui nostri quotidiani - si è accentuata quando si ha dato notizia, confermata poi da La Repubblica, del ritiro dall'Iraq del personale dei nostri servizi segreti per "motivi di sicurezza". (Andavano in giro per Bagdad in uniforme e con i contrassegni del nostro controspionaggio?). La notizia verrà probabilmente smentita, ma non potranno essere smentiti il ruolo e l'influenza del signor Daniel Pipes sulla formulazione della politica antislamica dell'amministrazione Bush e sull'intera stampa statunitense ed europea. Figlio del professore di Harvard Richard Pipes, il sovietologo che gettò le basi ideologiche della guerra fredda, Daniel Pipes, prima ancora di Bernard Lewis e di Samuel Huntington citati da Rina Gagliardi, enunciò la necessità di una mobilitazione occidentale contro il fondamentalismo islamico nella sua opera "Sul sentiero di Dio" pubblicata nel 1983 e divenne l'autore preferito di personaggi come Cheney, Rumsfeld, Perle, Wolfowitz & co. che gli affidarono alti compiti di consulenza politica negli anni precedenti l'avvento al potere di George W. Bush. A leggere alcuni suoi scritti si capisce dove abbia trovato la sua ispirazione una nostra becera autrice toscana: la debolezza e la codardia delle democrazie di fronte alla dirompente infiltrazione musulmana, gli intellettuali di sinistra che simpatizzano con i kamikaze islamici, il governo israeliano che esita nello schiacciare la resistenza palestinese legata a Bin Laden e altre amenità del genere. Ma Daniel Pipes non è solo un ideologo, è anche un crociato impegnato nella repressione del dissenso: ha fondato con ingenti finanziamenti "Campus watch", un'organizzazione che dall'attacco ai "liberals" nelle università Usa è passata ad una campagna accanita per controllare i mass media nazionali ed internazionali, per colpire i giornalisti reprobi, per formare con opportune direttive e premiare quelli allineati.

Lungi da noi suggerire che il signor Daniel Pipes detti la linea a menti eccelse e di grande ed autonoma dottrina come Amato, Feltri o Ferrara. Limitiamoci a constatare una straordinaria simultaneità e prontezza di commenti in perfetta assonanza con quanto viene predicato e scritto ogni giorno dai Pipesiani su quotidiani di estrema destra come il "Washington Times" e su altre pubblicazioni meno note nella repubblica stellata. Si tratterà certamente di pure coincidenze o forzanco di reazioni genuine, di tipo pavloviano.