29 aprile 2004  Liberazione

 

PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI

di Lucio Manisco

Falluja e Najaf, prima e dopo, una discriminante temporale ed etica che non lascia più spazio alla sospensione del giudizio, alla menzogna e all'ipocrisia ufficiale, alla fuga da una verità atroce e fin troppo evidente.

Quarantott'ore di massacri - documentati minuto per minuto dalle immagini di Al-Jazeera e della CNN europea - in nome della stabilizzazione dell'Irak, della missione di pace delle forze della coalizione, quelle italiane comprese, del passaggio dei poteri del 30 giugno, della democrazia che finirà con il trionfare tra il Tigri e l'Eufrate. Falsità su falsità che affogano nella marea di sangue, ma continuano a riemergere sempre più sinistre, sempre più incredibili, dall'ottuso, monotono blaterare di un Presidente degli Stati Uniti e dei suoi due corifei europei, Berlusconi e Blair. "A Falluja faremo ciò che è necessario", ha ripetuto ieri George W. Bush; gli ha fatto eco il Generale di brigata Mark Kimmitt: "La nostra pazienza sta per esaurirsi". La pazienza di questo Generale a quattro stelle viene scandita dal boato lacerante degli Howitzer da centocinque millimetri, dalla valanga di fuoco rovesciata dalle "gunships" C-130 su una città di trecentomila abitanti: finita la pazienza, cosa farà questo ufficiale USA? Ricorrerà all'arma nucleare?

Il Presidente del Consiglio afferma di non essere un servo di Bush ma ribadisce un impegno militare italiano sine die: "Con un nostro ritiro ci sarebbe solo sangue", dice senza arrossire. Quello che scorre a Falluja e Najaf che cosa è mai? 638 civili morti ammazzati in quarantotto ore, secondo il governo quisling di Bagdad, più di millecinquecento secondo i due corrispondenti di Al-Jazeera nelle due città martoriate, sono forse vittime del traffico?

E poi l'attenzione italiana per i tre ostaggi; il riserbo sulle trattative condotte a colpi di milioni di dollari per ottenerne il rilascio. Attenzione e riserbo intrisi di un'ansia da tutti condivisa, ma che a livello ufficiale non contempla la malaugurata possibilità che i nostri connazionali rimangano vittime non più della ferocia dei loro rapitori, ma della valanga di fuoco che si sta abbattendo con furia crescente sui due centri abitati. Non possiamo non sentirci vicini ai loro familiari, ma la più elementare pietas cristiana dovrebbe accomunare le apprensioni per il loro destino al cordoglio e allo sdegno per le stragi di civili perpetrate dai baldi marines statunitensi.

Già, i marines, che hanno preso il posto della 82ma aereotrasportata, della terza di fanteria, della terza di cavalleria corazzata, perché a partire dal 5 aprile queste unità non hanno fatto il loro dovere affrontando la guerriglia urbana. Sono arrabbiati con i loro pavidi commilitoni questi marines, così come trenta e più anni fa si arrabbiarono durante l'offensiva del Tet in Vietnam perché i coscritti del generale Westmoreland non si battevano con sufficiente accanimento "per salvare i villaggi, distruggendoli", come a My Lai, come a Khe San.

Fermare la loro follia omicida può apparire impresa ardua a giudicare dallo spirito patriottardo che continua a sconvolgere l'opinione pubblica della Repubblica stellata, ma esprimere revulzione e sdegno non è più un'opzione ma un dovere ineludibile per chi in Italia e in Europa dice no alla morte, a questo vulnus atroce alla famiglia dell'uomo e marcia per la pace. Oggi come una trentina di anni fa e speriamo che non sia troppo tardi.