14 agosto 2004

Trentasei anni fa l'offensiva del Tet in Vietnam,

oggi la rivolta di Najaf 

di Lucio Manisco 

Trentasei anni fa l'offensiva del Tet in Vietnam, oggi la rivolta di Najaf e di altri nove centri urbani in Iraq: un'analogia approssimativa per difetto, ma allarmante per quei generali del Pentagono che da due anni a questa parte non nascondono il loro dissenso dalle forsennate direttive strategiche e geopolitiche dei Rumsfeld, Wolfowitz, Cheney and Co. Forse non hanno mai letto George Santayana ed ignorano il suo monito «coloro che non sono in grado di ricordare il passato sono condannati a ripeterlo», ma sicuramente non hanno cancellato del tutto la memoria di quegli eventi dell'inizio del 1968 per esserne stati testimoni e partecipi.

Prima di tutto la sorpresa del gen. Westmoreland, del segretario alla difesa MacNamara, del presidente Johnson che per tutto il 1967 avevano assicurato il popolo americano sull'avvenuta "stabilizzazione" del Vietnam del sud e sull'imminente fine del conflitto: certezze spazzate via nel giro di pochi giorni, anzi di poche ore, quando l'offensiva Vietcong travolse l'esercito regolare di Saigon, occupò cinque città e inflisse gravi perdite al corpo di spedizione americano e agli stessi marines che, allora come oggi, riuscirono, in dodici giorni di aspri combattimenti, appoggiati da massicci bombardamenti aerei, a rioccupare i centri liberati dalla guerriglia.

Fu l'inizio della fine: la guerra venne portata in Laos e in Cambogia e in dodici mesi le truppe statunitensi vennero triplicate fino a raggiungere i 543mila effettivi. Poi il falso incidente del Tonkino, il "gran ritiro" di Lyndon B. Johnson, la sconfitta del democratico Hubert Humphrey (fin troppo facile il paragone con John Kerry), l'avvento alla Casa Bianca di Richard Nixon, i bombardamenti aerei di Hanoi ed il 30 aprile del 1975 la caotica fuga in elicottero degli ultimi marines e dell'ambasciatore Usa, Martin. Pesante per gli Usa il bilancio dei caduti, più di 57mila: tragico quello dei vietnamiti, dei cambogiani, dei laotiani che superò i 3 milioni di morti tra combattenti e civili.

Se c'è qualcosa di particolarmente sinistro e di drammaticamente analogo tra gli eventi del Tet e quelli che hanno caratterizzato il bagno di sangue a Najaf, è stato allora come oggi l'impiego dei marines, appoggiati da cacciabombardieri e da elicotteri da combattimento in un centro abitato.

I fanti da sbarco Usa costituiscono una micidiale forza d'urto e di sfondamento, da campo di battaglia, non sono una forza di occupazione e di repressione, sono addestrati - come ha ricordato ai parlamentari europei il colonnello in congedo ed ex ispettore dell'Onu Scott Ritter - a distruggere, a uccidere e, se non sussiste il motivo di raccogliere informazioni, a non fare quasi mai prigionieri.

Non è dato per il momento sapere quanti civili e quanti combattenti abbiano ammazzato in sette giorni nella città santa, perché, a parte l'inviato del quotidiano Guardian nella moschea dell'imam Ali, non c'erano giornalisti inbedded o meno al loro seguito. Ieri il giornalista Rory MacCarthy del Guardian ha riferito di aver visto dozzine di morti e di feriti all'interno di un luogo sacro per tutto l'Islam; impossibile contare i cadaveri in quell'80 per cento della città che secondo una laconica e graziosa portavoce militare sarebbe stato "stabilizzato" dai marines prima della sospensione della loro offensiva. Altrettanto difficile accertare quale sia stato il prezzo di sangue pagato dalla resistenza nelle altre città insorte; difficile perché, a differenza di quanto accadde nel Vietnam, i mass-media Usa sono perfettamente "allineati" e così con qualche rara eccezione inglese e francese, sono quelli europei.

Continuano a citare la cifra di 7 o 8mila morti tra i civili iracheni a partire dal primo maggio dello scorso anno quando tutte le organizzazioni non governative e la Croce rossa internazionale ne hanno contato a fine giugno più di 37mila. La Cnn -e non la Fox News del signor Murdoch - ha continuato a spacciare per vera la clamorosa menzogna secondo cui 1800 soldati del nuovo esercito iracheno avrebbero partecipato ai combattimenti di Najaf anche se non è riuscita a presentare l'immagine di uno solo di questi militari nel perimetro cittadino o nei suoi paraggi.

Ligia ai suoi patriottici doveri, la stessa Cnn insiste nel definire legittimo il governo fantoccio di Baghdad e «invasati da fanatismo religioso» i giovani guerriglieri del Jaish al Mahdi che si sono battuti da leoni per difendere la moschea e il loro leader Moqtada al Sadr. Ora non sappiamo se quest'ultimo sia rimasto ferito, se sia lui a condurre di persona le presunte trattative con i rappresentanti di un governo che non conta un fico secco, se la tregua di ieri verrà osservata o se nelle prossime ore i soliti marines, travestiti magari da militari iracheni, riusciranno a fare irruzione nell'edificio di culto per l'ultima "ammazzatina". Quello che invece sappiamo, grazie ad Al Jazeera e ai mass-media francesi, è che i sanguinosi eventi di Najaf, quale che sia il loro esito sul terreno, hanno dato fuoco alle polveri della rivolta islamica, sciita e sunnita, entro e fuori l'Iraq e che imponenti manifestazioni di protesta hanno avuto luogo ieri sera nel Libano, nel Bahrein, in Iran e in Indonesia.

Sono questi gli sviluppi che rendono approssimativa per difetto ogni analogia con il Vietnam di 36 anni fa, perché oggi purtroppo il mondo registra quella che il signor Rumsfeld chiama «anomalia asimmetrica dell'offensiva terroristica internazionale» e non ci vuole molta immaginazione per anticipare un ingigantimento di questa anomalia dovuto al sangue versato a Najaf.

Al costo di passare per uccelli di malaugurio non possiamo esimerci dal ritenere non solo possibili ma estremamente probabili attacchi terroristici contro il nostro paese. Perché, come ebbe a definire l'Italia sir Winston Churchill, il nostro paese è il «soft under-belly of Europe», perché i nostri centauro a Nassiriya non sparano mozzarelle e ricotte, perché gli italici servizi di sicurezza non godono di molto prestigio in Europa e nel mondo: basti pensare all'operato della polizia di Siena che pochi giorni fa ha diramato via fax per errore a giornali, agenzie stampa ed enti turistici l'itinerario segreto e la visita in Italia di Tony Blair, con il corredo di date, di orari e di tutte le misure adottate per garantirne l'incolumità e la privacy.