26 maggio 2004 Liberazione

Un fiasco il discorso di George W. davanti ai cadetti

di Lucio Manisco

«Una cattiva azione, come ogni frode ammantata di ipocrisia, determina la disastrosa necessità di proseguire sulla stessa strada». C'è da dubitare che il presidente degli Stati Uniti, noto per il suo carente curriculum scolastico, abbia mai letto Thomas Paine, ma l'amara osservazione di uno dei più illuminati ispiratori della guerra di indipendenza americana appare quanto mai calzante per caratterizzare il discorso pronunziato lunedì notte da George W. Bush all'Accademia Militare di Carlisle. Nessuna delle grandi reti televisive nazionali, ad eccezione della Cnn, ha trasmesso in diretta il discorso: è stato un bene per le fortune politiche del capo dell'esecutivo a cinque mesi dalle elezioni presidenziali, perché l'intervento di 33 minuti non avrebbe frenato ma accentuato con un pubblico più vasto il calo della sua popolarità, già scesa di otto punti al 43%.

Nulla di nuovo, nessuna svolta, nessuna rielaborazione delle direttive militari e politiche degli Stati Uniti in Iraq, dopo 14 mesi di sanguinosi rovesci, erano discernibili in un discorso letto con difficoltà su dei teleprompter dislocati troppo in alto e anche a causa dello spesso cerone che occultava sul naso e sul mento le abrasioni riportate da Bush cadendo dalla bicicletta nel Texas.

Tutti i maggiori quotidiani nazionali, a partire dal New York Times e dal Washington Post, hanno rilevato come il piano in cinque punti enunciato dal presidente non sia stato altro se non un repackaging, una rimpacchettatura di programmi e di traguardi aleatori già enunciati in passato.

A dire il vero, da questa paccottiglia di frasi fatte sulla libertà restituita al popolo iracheno, sulla sua sicurezza, sul passaggio di sovranità e sulle elezioni da indire entro il 31 gennaio 2005, è emersa una notizia inedita che avrà indubbiamente allietato gli amici di Bush nelle direzioni delle compagnie di costruzioni Halliburton e Bechtel, operanti in Iraq. «Se i nuovi governanti del paese lo vorranno - ha detto il presidente - provvederemo a radere al suolo il carcere di Abu Ghraib sede prima delle atrocità perpetrate da Saddam Hussein e poi degli "abusi" sui detenuti commessi da pochi elementi delle forze armate americane». Il presidente non ha naturalmente parlato del nuovo penitenziario che dovrà sostituire quello vecchio con una capacità di 7mila detenuti.

Quali poteri reali verranno conferiti al nuovo governo "ad interim" i cui componenti dovrebbero essere selezionati le prossime settimane dall'inviato dell'Onu Lakhdar Brahimi? Bush è stato deliberatamente vago al riguardo ma ha insistito sul fatto che le forze armate Usa composte per il momento da 138mila uomini (ma potranno aumentare) non dipenderanno certo dalla nuova autorità e rimarranno nel Paese «fino a quando sarà necessario» per cooperare nel mantenimento dell'ordine e cioè nella repressione della resistenza con le nuove forze armate irachene arruolate e debitamente addestrate dai comandi americani.

Su tutto il capo dell'esecutivo ha poi agitato l'aspersorio delle Nazioni Unite che da ieri stanno discutendo in sede di Consiglio di Sicurezza tra grosse difficoltà e infinite polemiche la bozza di un'ennesima risoluzione siglata da Stati Uniti e Gran Bretagna.

Difficile capire a quali fonti abbiano attinto Berlusconi, Frattini, Martino & Co. nell'identificare in questo documento-contenitore quanto mai generico e tutto da definire, una svolta di portata storica che segnerebbe il rientro in scena dell'organismo internazionale. Sembra che di rappresentanti governativi italiani ce ne siano pochi a New York: il ministro Lunardi, che doveva parlare all'Hotel Plaza del ponte di Messina non si è presentato all'appuntamento. Anche il rappresentante permanente dell'Italia all'Onu ambasciatore Spatafora è fuori sede, come ci ha raccontato il funzionario dott. D'Antuono. Perché allora i nostri ministri non leggono la stampa americana a partire dal New York Times?

Dopo aver rilevato che un accordo sul testo è ancora in alto mare e che l'anticipata scadenza della prima settimana di giugno slitterà chi sa a quando, l'autorevole quotidiano newyorkese scrive: «Un certo numero di diplomatici al Consiglio di Sicurezza hanno espresso disappunto per il fatto che la bozza di risoluzione demandi in un secondo tempo ad uno scambio di lettere di accompagnamento questioni controverse quali il trattamento dei prigionieri o i futuri rapporti tra il nuovo governo e le forze della coalizione». Queste nel documento angloamericano vengono ribattezzate "forza multinazionale" sotto comando unificato il cui mandato andrà riesaminato entro dodici mesi, ovvero su richiesta delle nuove autorità irachene.

La Francia, la Germania ed altri paesi membri del Consiglio di Sicurezza vogliono scadenze più precise e un linguaggio più esplicito che scandisca i reali poteri del nuovo governo soprattutto per quanto riguarda l'eventuale ritiro delle truppe straniere dal territorio nazionale. Anche sul controllo delle risorse energetiche del paese che dovrebbe passare al nuovo regime di Baghdad, diversi rappresentanti al Consiglio di sicurezza hanno obiettato alla formula presentata nel documento secondo cui tale controllo dovrebbe essere accompagnato e condizionato da una commissione internazionale di esperti.

Mentre i governanti italiani esultano, quelli americani non nascondono la loro rabbiosa insoddisfazione. Sempre secondo il New York Times un'alta fonte diplomatica Usa si è espressa nei seguenti termini: «E' nostra convinzione che il Consiglio di sicurezza non debba dettare ad un Iraq sovrano tutto quello che deve fare. Sono questioni che vanno decise direttamente dagli iracheni».

E cioè - aggiungiamo noi - da un governo fantoccio controllato in tutto e per tutto dall'amministrazione statunitense.