25 maggio 2004 Liberazione

Cerone sul naso e sulla "chiara strategia" in Iraq

di Lucio Manisco

Il presidente americano parla alla nazione

New York . Delusa la grande attesa, senza risposta l'assillante interrogativo che aveva preceduto il discorso di ieri notte del presidente Bush alla scuola di guerra di Carlisle in Pennsylvania: nessuno dei telespettatori è riuscito a capire quale cosmetico avesse applicato sul naso il capo dell'esecutivo per occultare le abrasioni riportate cadendo dalla bicicletta nel suo ranch del Texas. Neppure i più famosi esperti di Hollywood hanno capito se la sua "chiara strategia" in Iraq fosse stata spalmata di Revlon o di Max Factor cancellando tra l'altro ogni traccia dei consigli ricevuti la settimana prima alla Casa Bianca da Silvio Berlusconi.

Trasferimenti di sovranità entro il 30 giugno se non prima, ribadita fermezza nell'intento di concimare con i proiettili e le bombe i semi della democrazia tra il Tigri e l'Eufrate prima ancora dell'entusiastico afflusso alle urne del felice popolo iracheno, trionfale scesa in campo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite sotto l'energica spinta di Colin Powell ed altre elementari direttive di politica estera e militare sono state accolte con i dovuti, calorosi applausi dei cadetti della scuola militare malgrado l'offuscamento apparentemente ed unicamente dovuto allo spesso cerone.

Ma c'è ancora chi si chiede cosa voglia dire l'impegno del presidente «to stay the course» a mantenere la rotta. Ad esempio il generale Anthony Zinni, fino a quattro anni fa capo supremo dello «Us Central Command»: poche ore prima sulla rete televisiva Cbs, aveva lapidariamente sentenziato: «Questa rotta ci sta portando diritti sulle cascate del Niagara. Chi la ha tracciata ha sbagliato tutto ed ora dovrebbe dimettersi». Bob Herbert sul New York Times ha rincarato la dose: «Non c'è rimasto altro se non la tragica assurdità di un presidente svampito che cade dalla bicicletta nel Texas mentre gli americani vengono consumati dalle fiamme irachene... Una paura tremenda sta filtrando in terra d'America e non solo per la continua minaccia del terrorismo o perché la nazione è in guerra. Si tratta di qualcosa di più terrificante che nasce dal sospetto di trovarci come passeggeri su un veicolo infilatosi su una curva radicalmente sbagliata ed ora giù a fari spenti lungo una strada tenebrosa con al volante un personaggio che non sa guidare».

La paura di cui scrive Bob Herbert sta solo filtrando attraverso i sondaggi di opinione ma non ha ancora spezzato la corteccia dura dell'indifferenza di una nazione ossessionata da altri problemi, primo tra tutti l'aumento del prezzo della benzina alla vigilia dei grandi spostamenti in auto dell'estate.

Disdicevole, ai limiti del macabro, constatare che gli 800 militari Usa caduti in Iraq - i 20mila iracheni non contano nulla - non sono ancora sufficienti a svegliare dal suo torpore un'opinione pubblica che 35 anni fa incominciò a reagire solo quando il tragico bilancio della guerra nel Vietnam raggiunse e superò gli 8mila morti. Anche allora il primo di 2 milioni di civili vietnamiti ammazzati contò poco o nulla sul cambiamento di umori nella repubblica stellata.

Uguale l'indifferenza sullo scandalo delle torture che sta investendo le responsabilità dirette dei più alti vertici militari e politici del paese, dal comandante in capo delle forze armate in Iraq, generale Ricardo Sanchez che, secondo il Washington Post sapeva ed autorizzava tutto, al segretario alla difesa Donald Rumsfeld ed a quello alla giustizia John Ashcroft che per più di un anno hanno cestinato le denunzie del Comitato internazionale della Croce rossa e di Amnesty International. Ora sono corsi ai ripari. Come? Proibendo ai militari l'uso di videocamere o di cellulari a ripresa digitale.

E' stata la scrittrice Susan Sontag, già messa alla gogna per i suoi amari e veritieri commenti sull'attentato alle due Torri, ad analizzare ieri l'altro sul supplemento domenicale del New York Times l'immaginifica cultura porno dei torturatori di Abu Ghraib. La tesi secondo cui i loro comportamenti sarebbero stati dovuti ad un carente addestramento militare ha sdegnato lo stesso giorno il commentatore del programma televisivo "60 minutes" che si è chiesto quanto in basso sia scesa una grande nazione quando si afferma che solo un'adeguata istruzione militare può impedire ai suoi soldati di applicare gli elettrodi ai testicoli dei detenuti.

Sono queste le voci dei liberals, delle quinte colonne denunziate ogni giorno con grande efficacia demagogica dai manipolatori "neo-cons" dei mass-media statunitensi: eccelle in questo campo il politologo Daniel Pipes i cui saggi sulla minaccia islamica sono stati allegramente saccheggiati con l'aggiunta di toscano becerume da una nostra connazionale. Per Daniel Pipes chi fa gran chiasso su queste torture si schiera dalla parte di Bin Laden, giustifica i terroristi kamikaze ed odia visceralmente il primato morale e civile degli Stati Uniti nel mondo. Amen.