10 settembre 2002

GUERRA ALL'IRAQ:
IL DITO DI BUSH
SUL
GRILLETTO NUCLEARE.

di Lucio Manisco

Bush, Blair, Aznar, Berlusconi, i quattro Cavalieri dell'Apocalisse? Diciamo più propriamente che i primi tre meritano il titolo, perché il quarto nell'ultima singolare simbiosi sardegnola monta un somaro.

Del primo è opportuno scrivere in questa tragica ricorrenza perché è stato detto e ripetuto che il 9/11 ha trasformato George Walker "Dubya" Bush, 43° Presidente degli Stati Uniti, in un leader venerato dal suo popolo, nell'incarnazione vivente dello spirito indomito della nazione, uno spirito patriottico all'ennesima potenza come non era stato registrato dai tempi della seconda guerra mondiale. Lui ci crede, così come gli hanno fatto credere di essere un nuovo Winston Churchill, anche se potrebbe passare alla storia come un secondo Harry Truman qualora egli intenda davvero utilizzare due ordigni nucleari tattici ad alta penetrazione nell'annunciata guerra contro l'Iraq.

Sotto alcuni aspetti l'attacco alle due Torri e al Pentagono ha effettivamente cambiato G.W.B.: non va più a letto alle dieci di sera, riesce a rimanere in piedi ai ricevimenti ufficiali della Casa Bianca o nei suoi incontri ad alto livello fino alle 22.30; lo hanno notato con viva soddisfazione Tony Blair a Camp David e prima ancora Silvio Berlusconi a Villa Taverna. E poi, grazie all'assidua assistenza di un maestro di dizione e di uno psicologo, è riuscito finalmente a controllare la sua dislessia che, come spiegò anni fa Mamma Barbara, è un disturbo di locuzione e lettura che porta ad invertire l'ordine delle consonanti. Ora non c'è più il pericolo che dica "In Dog We Trust" o "Bod Gless America". Ecco perché legge più lentamente i testi dei "teleprompters", o "gobbi" che dir si voglia, interrompendosi per lunghe, pensose, enigmatiche pause.

Per tutto il resto "Dubya" non è cambiato un gran ché. Qualcuno ha notato una maggiore insistenza sull'acquisito accento texano e sulle allocuzioni dello Stato della Stella Solitaria. Quando ad esempio ha voluto alludere all'Apocalisse, fors'anco nucleare, che intenderebbe scatenare sulla terra dell'infame Saddam, si è così espresso tra l'ilarità dei cortigiani: "Non mi limiterò certo a lanciare un missile da due milioni di dollari su una tenda da dieci dollari per colpire il culo di un cammello!" E da buon cacciatore di tortore tra le sterpaglie del suo ranch a Crawford nel Texas, non ha mancato di stupire sere fa alla Casa Bianca alcuni ambasciatori, tra cui quello britannico in compagnia della sua signora, con un invito ad andarsene - erano le 22.30 - così elegantemente formulato: "Mah friends. As for mahself, è giunto il momento di fischiare il richiamo dei cani e di pisciare sul fuoco. Se volete rimanete pure: la banda dei Marines suonerà per un'altra mezz'ora."

Sembra che "Little George" ("Big George" è il papà, nonché 41° Presidente USA) non abbia compiuto sforzo alcuno per far dimenticare che è nato a New Heaven, nel Connecticut, una delle culle dei "WASP's" (White Anglo-Saxon Protestants) e che Dio sa come è riuscito a strappare due lauree in università di prestigio della Ivy League come Yale e Harvard. Questi suoi comportamenti texani, alla mano, corretti solo da un forte fondamentalismo cristiano, due anni fa gli avevano ingraziato un po' meno della metà dell'elettorato USA; alla sua elezione avevano poi provveduto l'ex Segretario di Stato James Baker, un altro texano, il fratello Jeb, Governatore dello Stato chiave della Florida e la Corte Suprema, ma prima del 9/11 falle paurose erano state aperte nella sua popolarità dai crolli in Borsa, dagli scandali Enron, World-Com, City Group e di un'altra dozzina di grandi corporazioni che vedevano tra gli altri coinvolti lo stesso Presidente, il vice-Presidenti Cheney e ben cinque Segretari dell'amministrazione. Anche la legge del Congresso, poi firmata da George "Dubya", che nominalmente restringe e punisce i ladrocinii e gli abusi dei Chief Executive Officers, i C.E.O.'s delle suddette corporazioni, non era servita a ripristinare le fortune politiche del Presidente e del suo partito a pochi mesi dalle elezioni di medio termine.

Va sottolineato a questo proposito il malinteso in cui volutamente incorrono molti osservatori economici sulle due sponde dell'Atlantico: se è vero che chi ha perduto tutto, risparmi, posti di lavoro e pensioni nel crollo fraudolento delle grosse imprese e nell'implosione della bolla speculativa di Wall Street, vorrebbe impiccare o spedire a Guantanamo i responsabili della sua disgrazia, è anche vero che la stragrande maggioranza dell'immenso parco-buoi americano guarda alla pretesa moralizzazione dei mercati finanziari come al fumo negli occhi, sogna un ritorno all'era pre-Enron e si augura solo che i grandi malfattori, artefici ieri della sua virtuale, cartacea ricchezza, tornino a farla franca e non si facciano più acchiappare: ecco un altro motivo del declino delle fortune politiche del Presidente a partire dallo scorso gennaio. Sarà pure una semplice coincidenza, ma è proprio a partire dallo scorso gennaio cha hanno incominciato a soffiare con crescente intensità i venti di guerra sull'Iraq, così come si deve forse ad un'altra fortuita coincidenza se risale al 10 marzo c.a. lo "scoop" del Los Angeles Times sul documento segreto del Pentagono dal titolo "Nuclear Posture Review", che razionalizza il superamento della soglia atomica e contempla l'impiego preventivo di armi nucleari tattiche contro gli Stati-canaglia, primo tra tutti l'Iraq.

Io non so se G.W.B. abbia avuto un sia pur minimo ruolo nell'elaborazione della nuova direttiva, oltretutto in quanto non lo conosco personalmente ed ho avuto con lui solo un franco scambio epistolare sulla pena capitale quando, da Governatore del Texas, spediva allegramente all'iniezione letale dozzine di condannati e condannate a morte nel suo Stato di adozione. So, come del resto sanno tutti, che il sostenitore a spada tratta dell'impego di queste armi di distruzione totale è il presente Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, definito una volta da Henry Kissinger "l'uomo più spietato che abbia mai incontrato". E Kissinger ne sapeva qualcosa perché durante le ammistrazioni Nixon e Ford aveva boicottato con tutti i mezzi leciti ed illeciti ogni accordo sulla limitazione di questi armamenti che il Kissinger andava negoziando con l'URSS. E' stato lo "spietato" Rumsfeld a silurare ogni intesa che portasse al bando controllato anche negli USA, delle armi chimico-batteriologiche e ad affondare il Tribunale Penale Internazionale con la pretesa di escludere dalla sua giurisdizione i militari e i civili statunitensi. A chi obietta ora alle disdicevoli alleanze concluse da Washington nella fallimentare guerra contro l'Afghanistan, il Rumsfeld risponde "Sono le missioni a determinare le coalizioni e non le coalizioni a determinare le missioni." Se la missione storica degli Stati Uniti è stata sempre quella di abbattere qualsiasi tipo di socialismo, vien fatto di chiedersi perché non sia stata realizzata in tempo utile un'alleanza con la Germania di Hitler contro l'Unione Sovietica. Ma Donald Rumsfeld non è certo il solo a influenzare "Little George" sulla necessità di minacciare ed eventualmente di impegare le armi nucleari tattiche. Si è circondato da tempo, anche quando non occupava incarichi governativi, di numerosi Dottor Stranamore: personaggi del calibro di Andrew Marshall, Paul Wolfowitz, Richard Perle e tanti altri che dopo gli anni dell'esilio clintoniano sono tornati in servizio permanente effettivo nell'amministrazione Bush.

Si è tanto parlato di dissensi all'interno di questa amministrazione sul conflitto contro l'Iraq, ed al Segretario di Stato Colin Powell è stata appioppata l'etichetta di colomba. Andiamoci piano: il Powell non è contrario alla guerra, è contrario, insieme ai generali del Pentagono, all'impiego di soldati americani in operazioni di terra, soprattutto in centri urbani. Troppo viva la memoria delle perdite subite in Vietnam, nel Libano e in Somalia. Tutto ciò rende più allarmante la prospettiva di bombardamenti aerei, missilistici e forse nucleari che radano al suolo Bagdad, Bassora ed altre città. A differenza del 1990 e 1991, non è stata ancora registrata una massiccia concentrazione di truppe e di armamenti pesanti americani nel Kuwait, nel Qatar, a Diego Garcia, a Ircirk e sulle altre basi di cui dispongono gli USA in Medio Oriente: il che costituisce un altro motivo di allarme nell'imminenza di un ultimatum all'Iraq articolato sull'invio a Bagdad e dintorni di ispettori dell'ONU scortati da brigate corazzate anglo-americane, da elicotteri di combattimento e di qualche compiacente contributo arabo, turco e forse anche italiano. E' una riedizione della "frode di Rambouillet", la proposta di inviare truppe NATO attraverso la Serbia nel Kosovo a titolo di scorta degli osservatori dell'OSCE e dell'ONU che, respinta da Milosevic, portò ai bombardamenti della Federazione Yugoslava. Oggi è la foglia di fico che permetterà ai governi titubanti dell'Unione Europea di marciare contro l'Iraq sotto l'egida delle Nazioni Unite.

Per riaccendere intorno a G.W.B. l'isterismo patriottico dell'opinione pubblica statunitense, sono naturalmente necessarie le "prove" dell'allestimento da parte di un Saddam Hussain, improbabilmente votato al suicidio, di armi atomiche e biochimiche, di ogive missilistiche cariche di germi della peste bubbonica, di anthrax, di sarin e di altri gas venefici. Queste "prove" vengono prodotte da alcuni giorni sulle catene di montaggio di Langley e dello MI-5 britannico: gli inglesi sono i più esperti in materia perché furono i primi negli anni '30 ad irrorare di iprite le tribù ribelli dell'Iraq.

Se solo pochi mesi ci separano da una catastrofe del genere, le solenni commemorazioni dei tragici eventi di un anno fa acquistano un significato sinistro, un vero insulto alla memoria delle vittime innocenti delle due Torri, strumentalizzate ai fini di un'altra, più grande tragedia per l'umanità intera.

"Bod gless America" o meglio ancora "E' nel Cane che noi facciamo affidamento."