23 novembre 2003

MACELLERIA IRACHENA, TERRORISMO SENZA FINE

di Lucio Manisco

Giovedì scorso all'uscita dal Buckingham Bunker George W. Bush e Anthony Blair «hanno ribadito - nelle parole del Guardian - la risibile pretesa di poter vincere la loro guerra al terrore». Il presidente degli Stati Uniti si è concesso una carte blanche globale per altre guerre preventive in diverse aree del pianeta e il primo ministro britannico ha parlato di una soluzione finale che «ci permetterà di ripulire il mondo da questo male una volta per tutte». Quarattotto ore dopo il presidente del Consiglio italiano ha versato il suo obolo alla jattanza guerresca dei due protagonisti del momento: «soprattutto ora, dopo il sacrificio dei nostri ragazzi, ci mancherebbe altro che ce ne andassimo rendendo vana la loro morte... I rischi ci sono ma dobbiamo assumerci le nostre responsabilità perché è la battaglia per la libertà e per il nostro futuro». (La sua libertà condizionata, il suo futuro economico e i prossimi funerali di Stato a S. Pietro).

Proclami dissennati quelli dei due B. che rischiano di trasformare la sconfitta militare americana in Iraq in rotta disordinata ed in tragedia di lunga durata per l'umanità intera. Sempre che dopo il decollo precipitoso degli ultimi elicotteri "Chihook" dal tetto dell'hotel El Rashid di Baghdad il presidente degli Stati Uniti non annunzi una vittoria di pacificazione e non si accinga a stringere la mano di Saddam nel suo ranch nel Texas. La battuta ironica che due mesi fa provocò l'indignazione dell'intervistatore della Bbc, oggi probabilmente verrebbe presa sul serio anche perché con il loro controllo mediatico-patriottardo i "neo-cons" di Washington riuscirebbero a vendere il ponte di Brooklyn al migliore offerente, nella fattispecie a Silvio Berlusconi in sostituzione di quello irrealizzabile di Messina. Minacciati di sfratto di qui a 11 mesi i «neo-cons» Rumsfeld, Wolfowitz, Cheney, Perle & Co. ora non hanno solo a che fare con i fantomatici Bin Laden e Saddam Hussein, ma anche con quei generali del Pentagono e con quei dirigenti della Cia che, non assumendo farmaci come Prozac, Alcyon e Eskatrol, hanno raggiunto la conclusione che questa guerra al terrorismo, così come viene combattuta, non potrà mai essere vinta e che quindi è necessario trovare una via d'uscita prima che sia troppo tardi.

E' già troppo tardi, come dimostra l'operazione «Iron Hammer» lanciata dieci giorni fa in Iraq: «Martello di ferro» era il nome di un'analoga operazione di distruzione e di morte posta in atto circa 60 anni fa dalla Wermacht sul fronte orientale; al Pentagono e al Langley ricordano benissimo come andò a finire.

A sentire i bamboccioni del Tg1 nostrano "Iron Hammer" mirerebbe a identificare e colpire i centri nevralgici della resistenza da cui vengono lanciati gli attacchi terroristici - gli ultimi con i somari - contro le porte della coalizione che avrebbe restituito libertà e democrazia al popolo iracheno. Che si tratti invece di rappresaglie efferate e indiscriminate contro la popolazione civile lo dimostrano i mezzi finora impiegati: aviogetti F-16 che sganciano bombe da 800 Kg, carri armati Abrams MiA2 con cannoni da 120 mm M256 che sparano ad alzo zero proiettili da mezzo quintale ad uranio impoverito, artiglieria campale semovente "paladin" con Howitzer dalla gittata di 30 Km. E questa valanga di fuoco si abbatte per ore su quei centri abitati dai cui tetti un cecchino ha sparato con un lanciagranate contro un posto di blocco.

E' fin troppo risaputo che gli Stati Uniti per tradizione ormai secolare non si curano delle perdite inflitte al nemico e non le contano: i morti militari e civili iracheni venivano calcolati fino al 30 settembre scorso dalla Croce Rossa Internazionale e da Medici senza frontiere sulla base delle salme raccolte negli ospedali e negli obitori ed erano 7800: dei cadaveri non recuperati, carbonizzati, o sepolti in fosse comuni non era naturalmente possibile far conteggi di sorta. Da quando è scattata l'operazione "Iron Hammer" questo tragico bilancio può essere stato portato all'ennesima potenza. Proprio come in Vietnam dove un ufficiale Usa ebbe a dichiarare che per salvare un villaggio era stato necessario distruggerlo: i sopravvissuti naturalmente si arruolarono nei vietcong così come i sopravvissuti di "Martello di ferro" che hanno perduto mogli madri e figli fanno oggi la fila per arruolarsi nei fedayn di Saddam o in qualsiasi altro nucleo di una resistenza diventata ormai endemica, generalizzata e senza più frontiere.

Per l'appunto, il terrorismo internazionale a cui si possono applicare etichette criminali, fondamentaliste, islamiche e far risalire il tutto ad una centrale superorganizzata e supercomputerizzata diretta da un Bin Laden sotto dialisi in una grotta del Pakistan o dell'Afghanistan.

«Il terrorismo - ha scritto Jonathan Steele - è una tecnica. non è un'ideologia o una filosofia politica e tanto meno uno stato nemico. L'incapacità di comprendere il fenomeno è stata dimostrata dai nostri dirigenti a partire dall'11 settembre 2001».

Da allora gli Stati Uniti hanno perduto la guerra in Afghanistan dove i talibani hanno riassunto il controllo su vaste regioni spesso in collusione con i locali signori della guerra, dove le fiorenti colture di papavero stanno allagando di eroina purissima il mercato europeo e dove il presidente della nazione "liberata" può solo esercitare il potere di sindaco di Kabul. Ora stanno perdendo, anzi hanno già perduto la guerra in Iraq. Ci manca solo un altro attentato a Washington e poi cosa faranno? Dispongono certo di formidabili armi nucleari tattiche a basso livello radioattivo. Perché, come ha affermato il presidente del Consiglio italiano, è necessario più che mai vincere la sfida del terrorismo internazionale che è rivolta all'intero sistema occidentale. Meglio allora i "Chinook" che si levano in volo dal Rashid di Baghdad ed una stretta di mano fra Saddam e Bush in un ranch del Texas.