18 maggio 2004 Liberazione

 

Casa Bianca
senza
"strategie d'uscita"

di Lucio Manisco

Sempre più in difficoltà, Bush continua a parlare del 30 giugno come data risolutiva

Una gomma che cancelli la storia non è stata ancora inventata, non è stata tanto meno inventata una scolorina che sbiadisca il nero della menzogna in un grigio di marginale credibilità. E' così che vengono ignorati gli errori e gli ammaestramenti del passato più o meno recenti, dal Vietnam alla Somalia, e che i falsi più palesi vengono spacciati per verità grazie anche e soprattutto a dei mass media compiacenti o servili.

E' pur vero che qualcosa sta cambiando in terra d'America: la rete televisiva Cbs trasmette le immagini delle torture nel lager di Abu Ghraib, Seymour Hersch sul New Yorker fa risalire ai vertici dell'amministrazione Bush le responsabilità dirette di quelle torture, il congresso apre tre inchieste, in gran parte a porte chiuse, e il New York Times titola "Il lato oscuro d'America" l'editoriale di ieri che pone in luce come le sevizie nelle prigioni Usa in Iraq sono procedure di routine in molte delle carceri della repubblica stellata.

Il tutto viene denunziato 24 ore su 24 da una delle più popolari reti televisive americane, la Fox News di Rupert Murdoch, come un complotto dei soliti Knee jerking liberals - alla lettera "Liberali dalle ginocchia tremolanti" - e i sondaggi di opinione registrano una flessione negli indici di gradimento del presidente George W. Bush, una flessione non decisiva e probabilmente reversibile nei prossimi cinque mesi di campagna elettorale, sempre che il candidato democratico alla presidenza John Kerry non si svegli dal suo programmato torpore sulla catastrofe irachena.

Si fa ora un gran parlare della "exit strategy" da questa catastrofe che sarebbe all'esame dell'amministrazione repubblicana ed un altro organo stampa controllato dal solito Rupert Murdoch, il Times di Londra, attribuisce al premier britannico Tony Blair un ruolo decisivo nelle elaborazioni di questa strategia di uscita. Mentre il segretario alla Difesa Rumsfeld fa affluire altri 4mila e seicento soldati americani dalla Corea del Sud in Iraq, Colin "Zio Tom" Powell, riecheggiato nel giro di poche ore dal ministro degli Esteri italiano Frattini asserisce che se gli «iracheni» lo richiederanno gli Stati Uniti ritireranno le loro truppe dal paese occupato, pronti persino ad accettare un governo di fondamentalisti islamici a Baghdad.

Chi sono questi «iracheni» per Powell, Frattini & Co.? Sono i componenti del governo provvisorio il cui presidente è stato assassinato ieri malgrado le eccezionali misure di sicurezza messe in campo dai marines e dai corpi speciali di mercenari arruolati dal Pentagono. E' un governo trincerato nella zona verde della capitale in un edificio contiguo a quello del plenipotenziario americano Paul Bremer e del generale Mark Kimmit, vice comandante in capo delle forze della cosiddetta coalizione. Se i componenti di questo governo fantoccio dovessero chiedere il ritiro delle forze che li proteggono, diventerebbero più facili bersagli del tiro al piccione alacremente organizzato negli ultimi mesi dalla resistenza irachena.

La verità è che nessuna "exit strategy" è allo studio dei vertici militari e politici Usa; per quanto riguarda quelli britannici è stato lo stesso Blair a proclamare ieri notte di non avere alcuna intenzione di «cut and run», di tagliare la corda e fuggire.

Anche sulla finzione o foglia di fico di un intervento Onu, tanto cara al governo Berlusconi e a non pochi esponenti del centrosinistra italiano il segretario generale Kofi Annan, pur nella nebulosità diplomatica dei suoi pronunciamenti, è stato piuttosto esplicito nella conferenza stampa di ieri: non esistono in Iraq condizioni di sicurezza sufficienti a garantire la presenza di funzionari dell'organismo internazionale e la missione del suo rappresentante Lakhdar Brahimi è stata gravemente compromessa dall'assassinio del presidente del governo provvisorio con il quale stava trattando un aleatorio trasferimento di sovranità di qui a 45 giorni.

A cosa si ridurrà dunque questo fantasioso intervento dell'Onu? Se tutto andrà bene, se ci saranno cioè nove voti nel consiglio di sicurezza, ad un'ennesima risoluzione che dia una parvenza di legittimità internazionale ad un futuro governo Quisling. Comunque sia le forze armate Usa, con quelle di contorno britanniche, polacche, giapponesi ed italiane - sempre sotto il comando del generale americano Sanchez - rimarranno in Iraq «per assicurare la stabilità, la ricostruzione, la democrazia e la pace» nel paese: un loro ritiro «sprofonderebbe questo paese in una guerra civile». Due menzogne intrise sempre più di sangue, anche italiano, che dovrebbero fare arrossire chi le pronunzia e le ripete pappagallescamente sotto dettatura americana.

Sono le forze di occupazione, scatenate contro le città sante e su tutto il territorio iracheno, a mobilitare una resistenza generalizzata e popolare, terreno quanto mai fertile per cento organizzazioni terroristiche assenti fino ad un anno fa da questo paese.

Sunniti, sciiti e perfino fazione kurde sottoscrivono per la prima volta nella loro storia patti di unità di azione contro l'occupante straniero. Parlare ancora di missione di pace, di regole di ingaggio - come continua a parlarne il governo italiano sul sottofondo degli obici sparati dai Centauro - non è solo falso, ma offende chi muore su quello che ormai gli stessi comandi americani chiamano «un grande campo di battaglia esteso a macchia d'olio nell'intero Iraq».