18 gennaio 2004

Onu, diritti umani ed altre finzioni Usa

di Lucio Manisco

Gli Stati Uniti d'America, questa formidabile fabbrica di incubi trasformati in ideali e sogni dai mass-media occidentali, versano in qualche difficoltà: a farne le spese non sono solo i loro cittadini, ma anche e soprattutto quelli dei paesi che hanno la sventura di essere amministrati da governi succubi del grande impero, per non parlare poi del resto dell'umanità che trova in questi giorni la sua migliore rappresentanza nella "Resistenza Mumbay 2004" a Bombay.

Non si tratta di difficoltà di poco conto: l'Iraq, un vicolo cieco inondato di sangue che sta esaurendo l'erario e le risorse umane della potenza planetaria; un'economia che fa acqua da tutte le parti e si regge solo succhiando risorse dal mondo industrializzato e rilanciando l'ennesima bolla speculativa a Wall Street e dintorni; un malcontento minoritario ma crescente che trova sfogo nei fuochi, ahimé, di paglia della cosiddetta opposizione democratica a nove mesi dalle presidenziali; un antiamericanismo diffuso nel mondo intero che rende sempre più arduo per i governi quisling di tradurre in realtà le direttive emanate da Washington.

Come stanno facendo fronte a questo groviglio di problemi le autorità politiche ed economiche degli Stati Uniti? Con una serie di invenzioni e falsità che fino a dieci anni fa avrebbero sbalordito il mondo intero, ma che oggi, grazie a quel fenomeno noto come azzeramento della memoria storica, vengono accettate se non come oro colato almeno come plausibili dagli operatori dell'informazione. Invece dell'immaginazione del '68 è la finzione al potere che regge oggi i destini del mondo.

 

L'ultima finzione è quella che presuppone un ripensamento di Washington sulle Nazioni Unite chiamate dal centurione Paul Bremer a garantire libere elezioni, non si sa bene quando, in Iraq. Dimenticata in meno di un anno la violazione statunitense del più sacrosanto dei principi della Carta, quello dell'articolo 2.4 che recita «tutte le nazioni si asterranno dalla minaccia o dall'uso della forza contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di ogni Stato»; una violazione non mimetizzata come in passato dal consenso di qualche alleato o complice, ma enunciata con estrema chiarezza dal Capo dell'esecutivo che alla vigilia dell'aggressione contro l'Iraq ha arrogato agli Stati Uniti il diritto di intervenire unilateralmente contro qualsiasi paese che potesse ipoteticamente minacciare gli interessi e la sicurezza della nazione. Non dissimili le ragioni addotte dal cavalier Benito Mussolini e dal cancelliere Adolf Hitler per aggredire Etiopia, Austria e Cecoslovacchia e per porre così una pietra tombale sulla Società delle Nazioni. Poco conta che le falsità sulle armi di distruzione di massa possedute da Saddam siano state platealmente smentite dai fatti; così come sono state smentite dai fatti le presunte connivenze del dittatore iracheno con Al Qaeda. Poco conta che il presidente degli Stati Uniti abbia utilizzato l'attentato alle due torri per una riedizione dell'incendio del Reichstag ai fini di scatenare una guerra permanente e di reprimere ogni parvenza di libertà all'interno e all'estero (la dissacrante analogia è di Gore Vidal). Ora Paul Bremer e George Bush nel suo imminente discorso sullo Stato dell'Unione si accingono a far ritorno a quel poco che è rimasto delle Nazioni Unite e non è affatto detto che non riescano ad ottenere una supervisione del palazzo di vetro sulle future elezioni in un paese occupato militarmente: Kofi Annan è molto bravo a denunciare qualche verità e a denunciare qualche pericolo - quello ad esempio della islamofobia molto più diffusa e minacciosa dell'antisemitismo - ma è altrettanto noto per la sua propensità a piegarsi ai diktat della superpotenza.

 

La tesi di Bush, Rumsfeld and Co., è che l'abbattimento della dittatura e la pseudocattura di Saddam, che probabilmente ha negoziato la sua resa o è stato consegnato da una "anonima irachena" non dissimile da quella sarda, abbiano costituito un trionfo della libertà e dei diritti umani. Il prezzo pagato è sotto gli occhi di tutti, di tutti coloro cioè che li tengono aperti: l'obbrobrio infame di Guantanamo, la cancellazione dello habeas corpus, la soppressione di tutti i diritti garantiti dal bill of rights sostituiti con il Patriot Act 1 e con il Patriot Act 2 e le libertà individuali rimpiazzate dalla libertà di impresa.

Già, la libertà di impresa ma solo per quelle corporazioni che vedano coinvolti direttamente gli interessi dei principali esponenti dell'amministrazione Bush. Anche per quanto riguarda gli scandali della Enron, della WorldCom e delle altre compagnie che hanno frodato risparmiatori, pensionati e pubblico erario, va ricordato - come ha ricordato il Financial Times - che i loro presidenti non solo hanno evitato la galera riservata a pochi amministratori subordinati, ma hanno accumulato prima di ogni fallimento, e poi mantenuto, emolumenti e premi per circa tre miliardi e trecento milioni di dollari, un pensierino amaro, questo, per Calisto Tanzi consegnato alle patrie galere.

«Prova conclusiva - avrebbe detto Santa Yahna - della beneficenza della provvidenza, dell'inesorabilità del progresso e della santità del capitalismo laissez faire».