4 maggio 2004 Liberazione

Tortura e Kultur-Kampf

di Lucio Manisco

La tortura inflitta ai detenuti iracheni di Abu Ghraib? Casi isolati ma pur sempre riprovevoli, mentre la loro denunzia da parte delle più alte autorità militari e politiche e dei mass media d'oltre oceano dimostrerebbe ancora una volta il primato morale e civile della democrazia Usa. Ovvero: quelli americani sarebbero solo soldati allo sbando, coinvolti in una guerra atroce e senza senso da un'Amministrazione che ha commesso molti errori. Ovvero ancora: i responsabili sarebbero stati arrestati, incriminati e in procinto di essere condannati dalla Corte marziale; e poi chi si indigna e denunzia gli Stati Uniti dà prova di antiamericanismo viscerale ovvero si schiera dalla parte di Saddam e ignora le atrocità del passato regime. Così i commenti della stampa benpensante italiana; meno grossolani quelli dell'analoga stampa europea che allude peraltro ad un inesistente stato di choc in cui verserebbe l'opinione pubblica della Repubblica stellata.


Nessuno sembra aver letto l'inchiesta di Seymour M. Hersch pubblicata con un ritardo di due mesi dal settimanale New Yorker; più che di un'inchiesta si tratta di ampi stralci di un rapporto segreto di 53 pagine del generale Antonio Taguba sugli "abusi criminali, sadici, palesi e ingiustificati" commessi nel centro di detenzione di Abu Ghraib tra l'ottobre e il dicembre dello scorso anno dalla 372ma Compagnia della polizia militare e da "elementi della intelligence Usa" e dei corpi specializzati di mercenari che operano in Iraq. Seymour Hersch non spiega come abbia ottenuto il rapporto, ma precisa che esso non conteneva la documentazione fotografica acquistata con migliaia di dollari e messa in onda mercoledì scorso dalla rete televisiva Cbs.


 Il leit motif ricorrente in ogni commento sui mass media Usa verte sulle controproducenti ripercussioni di questi sviluppi sulla missione svolta dalle "forze della coalizione" in Irak, una missione definita da Berlusconi "una difesa di quel fiore che è la libertà e la dignità degli uomini". Le ripercussioni saranno di scarso rilievo, perché milioni di iracheni non hanno avuto bisogno delle rivelazioni di Seymour Hersch e della simulata indignazione degli alti comandi Usa per scoprire sulla loro pelle in cosa consista la difesa di quel fiore. Sono più di 20mila i civili detenuti nei lager tra il Tigri e l'Eufrate intorno a cui sono accampate folle di madri e figlie piangenti che implorano da mesi notizie dei loro cari. I pochi che sono stati rilasciati hanno parlato di sevizie e torture anche più efferate di quelle riferite dal New Yorker e dalla Cbs. Così come ne hanno parlato i cento reduci dal campo di tortura di Guantanamo e prima ancora chi è sopravvissuto all'orrendo campo di prigionia di Bagram in Afganistan. Senza le loro testimonianze, senza le stragi di civili perpetrate in questi giorni a Falluja e a Najaf, non avremmo certamente la resistenza - perché questo è l'unico termine giusto - di un intero popolo ad un'occupazione militare sempre più repressiva e sanguinaria. Così come viene percepita dalle vittime è la repressione nel nome di una nuova "Kultur-Kampf", la cristianità americana contro l'Islam - scatenata dalla superpotenza planetaria contro l'Irak e l'intero mondo arabo e musulmano. La tortura può essere così disdicevole ma necessaria, un buon concime cioè per far crescere "quel fiore che è la libertà e la dignità degli uomini".