9 maggio 2004 Liberazione

Torture sistemiche e "damage control"

di Lucio Manisco

Si chiama "damage control" l'operazione lanciata dalla Casa Bianca e dal Pentagono per circoscrivere i danni provocati dalle rivelazioni sulle torture e per salvare da fine ignominiosa un secondo mandato presidenziale di George Dubya Bush. A giudicare dalle deposizioni rese davanti a due commissioni congressuali dal Segretario alla Difesa Donald H. Rumsfeld e dalla conferenza stampa del generale Geoffrey Miller a Bagdad, l'operazione è iniziata male, anzi malissimo. L'atto di contrizione del Segretario alla Difesa - scuse tardive agli iracheni, compensi -non riparazioni- alle vittime, sdegno per le infamie commesse da pochi militari che verranno sottoposti ai rigori della legge grondava ipocrisia e reticenza cosi' evidenti da indurre il New York Times a chiedere le sue dimissioni immediate. «Se Donald Rumsfeld - rileva il suo editoriale di ieri - si è presentato al Congresso per spiegare il perché della sua permanenza al dicastero della Difesa, egli ha fallito completamente [... ] Il signor Rumsfeld, le gerarchie militari ed alcuni dei congressisti sono usciti fuori dal seminato quando hanno parlato e riparlato di qualche mela marcia individuata in un'unità militare». Peggiori le dichiarazioni del generale Geoffrey Miller nella capitale irachena: forte dell'esperienza fatta alla direzione del lager di Guantanamo, il generale ha palesato l'ottusità di un marmittone nel sostenere la correttezza della condotta degli interrogatori dei detenuti, anche se ha ammesso l'esistenza di qualche eccezione; ha respinto le richieste di chiudere e radere al suolo la prigione di Abu Ghraib ove continueranno ad operare gli interrogatori condotti dalle "tiger teams" e cioè dalle "squadre della tigre". Il compito di queste squadre - ha ripetuto più volte - è «quello di ottenere in tempi brevi confessioni atte a prevenire gli attacchi contro le forze della coalizione e contro la stessa popolazione irachena».

Dei 43mila e più civili detenuti in diversi penitenziari e campi di concentramento in Irak, solo venticinque sarebbero morti secondo il Pentagono, dieci sarebbero passati a miglior vita per "morte naturale", altri durante tentativi di fuga e solo tre in seguito a "maltrattamenti" subiti. I cosiddetti maltrattamenti vengono previsti e codificati dal Pentagono in un sistema denominato "R-21", ha rivelato il Guardian di ieri: tale sistema include insulti ed offese di tipo sessuale, la privazione di uniformi o vestiti, la costrizione prolungata in posizioni estenuanti, la privazione del sonno, luci accecanti alternate a tenebre totali, e così via dicendo. I metodi del "R-21" sono stati imposti alle altre forze della cosiddetta Coalizione, non escluse quelle italiane, come si deduce dalla interpellanza rivolta al Ministro della Difesa Martino dall'on. Grazia Mascia.

L'operazione "damage control" prevede altre mosse non meno inquietanti; Donald Rumsfeld ha così preannunziato la diffusione di altre fotografie e di altri filmati ancora più infamanti: si apprende dalle reti internet e anche da alcuni quotidiani americani che la CIA ha inserito in questa documentazione immagini fotografiche falsificate o tratte da film pornografici, con l'ovvio intento di screditare poi la veridicità di tutti o quasi tutti i documenti venuti alla luce. A chi si chiede perché mai le torture inflitte ai detenuti siano state metodicamente fotografate e filmate si può rispondere in maniera molto semplice: torture, sevizie e maltrattamenti non erano solo tollerate dal Pentagono, ma incoraggiate e prescritte ufficialmente come parte integrale della "arte della guerra"; soldati e sottufficiali se ne potevano quindi vantare con le loro esibizioni davanti ai corpi delle vittime secondo tradizioni antiche che risalgono alle "indian wars" dell'Ottocento. E dato poi che si vive nella legge del libero mercato, perché mai questi militari avrebbero dovuto rinunziare a vendere la documentazione delle loro imprese per migliaia e migliaia di dollari?

La premiata ditta Rumsfeld & Co. fa ora un gran parlare di Convenzione di Ginevra, di regolamenti militari violati, di differenze tra prigionieri di guerra e terroristi privati di tale riconoscimento, ma è opportuno ricordare che gli Stati Uniti si sono sempre rifiutati di firmare trattati sulla costituzione di tribunali internazionali e, per citare il solo esempio del Nicaragua, hanno respinto le sentenze di condanna della Corte dell'Aia, un organo delle Nazioni Unite.

«Toglietevi dalla testa - ci disse ai tempi dell'eccidio del Cermis il senatore Jessy Helmes, allora presidente della Commissione Affari Esteri del Senato - toglietevi dalla testa che un nostro aviatore o qualsiasi altro militare degli Stati Uniti possa essere giudicato da un tribunale italiano». Donald Rumsfled ha annunziato che sei o sette dei militari responsabili delle torture dovranno fare i conti con i tribunali militari degli Stati Uniti. E' probabile che verranno condannati e dopo un "decente intervallo" graziati dal Presidente degli Stati Uniti, com'é avvenuto per quel capitano dell'esercito che a My Lai massacrò cinquecento civili vietnamiti. Non mancheranno comunque sanzioni di tipo amministrativo, dalla sospensione della paga fino alla radiazione dal servizio militare, anche se nessuna di queste misure venne adottata a carico di quei marines che durante la prima guerra del Golfo si portavano a casa come souvenir le falangi o altri arti dei nemici uccisi.

L'operazione "damage control" anticipa altri correttivi ed altre misure preventive, prima fra tutte va menzionata quella che sta già coordinando la propaganda dei mass media filogovernativi all'interno e all'estero. Ne abbiamo avuto ieri un'esilarante riprova nell'editoriale di un quotidiano italiano dal titolo "Pornografia per guardoni globali: il trattamento liberal delle torture fa vomitare, come le torture". Sembra di essere tornati ai tempi del "medaglione dei traditori", del "Dio stramaledica gli inglesi" e ancor prima agli attacchi degli "austriacanti" agli eroi del Risorgimento italiano.

Naturalmente, ognuno è libero di vomitare su qualsiasi foglio di suo gradimento.