11maggio 2004

Stati Uniti, sulle torture
solo falsità e ipocrisie

di Lucio Manisco

Quanto succedeva nelle carceri irachene era noto da mesi, ma i media hanno taciuto. E i vertici del Pentagono e della Casa Bianca danno la colpa a poche "mele marce" 

Operazione "controllo danni", seconda parte: l'America è una grande democrazia che non nasconde i suoi errori, anzi li esibisce alla luce del sole per poi apporvi riparo non risparmiando nessuno dei responsabili; essenziale a tal fine il ruolo investigativo della libera stampa negli Stati Uniti; gli "abusi" - le torture - nel centro di detenzione di Abu Ghraib sono stati perpetrati da pochi soldati, meglio noti come mele marce, che verranno processati o radiati dai ranghi, anche se viene ammesso che una situazione caotica, senza una discernibile "catena di comando", caratterizzava il regime carcerario; nessun generale, nessun funzionario del dipartimento della Difesa, del Pentagono e tanto meno della Casa Bianca ha avuto la minima nozione di quanto stesse accadendo fino al marzo scorso, nessuno ha letto le denunce della Croce Rossa, di Amnesty International o di Human Rights Watch fino a dieci giorni fa, quando cioè le fotografie dei cosiddetti abusi sono apparse sui mass media; Donald Rumsfeld è il miglior segretario alla difesa nella storia degli Stati Uniti, è un uomo integerrimo, coraggioso e chi chiede le sue dimissioni è un irresponsabile che sacrifica gli interessi nazionali per faziosità politica; George W. Bush è un grande presidente in guerra, impegnato nella difesa della sicurezza del suo Paese e nella trasformazione dell'Iraq in una democrazia esemplare: l'uno e l'altro traguardo è stato raggiunto o sta per essere raggiunto.

C'è qualcosa di osceno in questo "damage control" altrettanto osceno delle immagini delle torture che continuano ad apparire sulle prime pagine dei giornali e sugli schermi televisivi del mondo intero. L'osceno sta nei falsi in atto pubblico e nelle ipocrisie che caratterizzano ogni fase dell'operazione "controllo danni", un'operazione che a giudicare dalla marcata indifferenza dell'opinione pubblica americana verrà probabilmente coronata da successo assicurando così a George W. Bush un secondo mandato presidenziale; la titubanza e l'inettitudine dell'avversario democratico John Kerry stanno dando un notevole contributo alla più che probabile vittoria a novembre del presidente repubblicano.

Passiamo allora in rassegna le falsità più plateali dell'operazione in corso che reca le più che decifrabili firme del vicepresidente Dick Cheney e dell'assistente presidenziale Karl Rowe.

Si deve all'invenzione della macchina fotografica digitale e dalla diffusione istantanea delle sue immagini via e-mail e internet se lo scandalo è venuto alla luce e si deve all'economia computerizzata di mercato se queste immagini sono state vendute per somme ingenti: in un singolo caso è stato raggiunto il prezzo di 125mila dollari. Sicuri non solo del'impunità, ma anche orgogliosi del dovere compiuto, i torturatori di Abu Ghraib le hanno poste in vendita a partire dallo scorso gennaio e quando i loro superiori se ne sono resi conto era ormai troppo tardi. E' anche oggi troppo tardi per fermare la diffusione di altre, più orrende immagini, tanto vero che il Pentagono sta pensando di diffonderle in proprio, per il momento ai soli senatori della repubblica stellata.

Con l'eccezione di Seymour Hersch, che peraltro ha pubblicato la sua inchiesta sul settimanale "The New Yorker" solo dopo le rivelazioni di "Sixty minutes" della Cbs, gli operatori dell'informazione negli Stati Uniti sono venuti clamorosamente meno alla loro deontologia professionale per più di sette mesi perché le notizie, non le voci, sulle torture in tutti i centri di detenzione iracheni hanno incominciato a circolare, con allegate testimonianze delle vittime e denunce delle organizzazioni per i diritti umani, sin dal settembre dello scorso anno. Erano tutti "embedded" questi giornalisti, anche fuori dai campi di battaglia, e solo ora alcuni di essi ammettono di aver taciuto per il timore di essere tacciati di antipatriottismo.

Come ha dimostrato anche l'udienza di ieri davanti al Comitato per le forze armate del senato, un'altra operazione viene perseguita alacremente dalle alte gerarchie del Pentagono e dai vertici della Casa Bianca. Denominata "cover your ass", "copriti il culo", mira a scaricare sulle famigerate mele marce - non più di una trentina di individui, soldati semplici e caporali, e sugli agenti della Military Intelligence e della Cia - le responsabilità dell'accaduto. I generali, i segretari, i sottosegretari di Stato, per non parlare di Cheney, di Rumsfeld e di Bush, non sapevano assolutamente nulla, anche se era stato lo stesso segretario alla Difesa ad inviare lo scorso agosto il comandante di Guantanamo, generale Miller, in Iraq per applicare con l'esperienza acquisita i metodi della tortura del famoso lager di Cuba negli altri lager iracheni. Non sapeva nulla neppure la generalessa Janis Kapinski che dirigeva questi lager e che non ne avrebbe neppure parlato a Rumsfeld fotografato con lei davanti alle celle di Abu Ghraib lo scorso settembre. La signora si accinge probabilmente ora ad assumere la direzione di una succursale della "Halliburton" e sette marmittoni verranno condannati dalle corti marziali con la certezza di beneficiare in pochi mesi di un "pardon" presidenziale.

Per quanto poi riguarda l'opinione pubblica della grande repubblica stellata, lo scienziato atomico Leo Szilard probabilmente era nel vero quando osservò: «Gli americani sono liberi di dire quello che pensano, perché non pensano quello che non sono liberi di dire».