8 Febbraio 2003

I VASSALLI  E L'IMPERO

di Lucio Manisco

C’è qualcosa di ripugnante, di macabro nelle ipocrite reazioni dei governanti italiani al "the game is over" di George W. Bush e al suo ultimatum al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: la partita è chiusa , è iniziato il conteggio alla rovescia, ai più alti esponenti dell’organismo internazionale viene ingiunto di sottoscrivere la dichiarazione di guerra o di farsi da parte e Silvio Berlusconi ripete meccanicamente che "la risoluzione 1441 è l’ultima opportunità" per Saddam Hussein di attuare il disarmo con mezzi pacifici", ribadisce la validità del documento degli otto governi europei definiti "les huit mercenaires" da "Liberation" mentre il Ministro della Difesa Antonio Martino dopo i suoi affabili conversari romani con Donald Rumsfeld afferma che quella in gioco è "la credibilità dell’ONU": ed è invece la credibilità dell’ONU, sempre più evanescente sotto la titubante gestione di Kofi Annan, che verrà spazzata del tutto via come quella della Società delle Nazioni, se il 16 del corrente mese dovesse approvare con qualche astensione il progetto di risoluzione di Tony Blair sul via libera alla guerra preventiva contro l’Iraq.

è proprio vero che gli imperi non hanno alleati ma vassalli: ai vassalli più zelanti dell’impero statunitense il compito di rigurgitare balbettando le falsità plateali dello zio Tom che dirige oggi il Dipartimento di Stato; nelle reazioni negative dei governi francese, russo e tedesco si potrebbe malevolmente leggere la stessa sgomenta incredulità che accolse nel 1938 le menzogne sui Sudeti, preambolo dell’invasione nazista della Cecoslovacchia. Persino Condoleeza Rice, insoddisfatta della prestazione di Colin Powell al Consiglio di Sicurezza ed irritata dalla puntigliosa e troppo facile contestazione irachena, ha buttato giù le note lette poche ore dopo alla televisione da George Bush con quell’inedita denunzia dell’intento di Bagdad di lanciare contro gli Stati Uniti un aereo senza pilota carico di letali armi chimiche. Più allarmante la concione di Rumsfeld ai militari USA della base di Aviano in partenza per il Golfo: in fin dei conti, ha detto, l’attacco alle due Torri è stato di tipo convenzionale, il prossimo potrebbe non essere di questo tipo quindi va prevenuto anche con armi non convenzionali. Non è la prima volta che il segretario alla difesa, il sottosegretario Paul Wolfowitz e gli altri stranamore del Pentagono parlano di una opzione nucleare per "porre fine" agli stati che sponsorizzano il terrorismo internazionale. "Se spunta il nucleare" era il titolo di un articolo pubblicato sulla prima pagina de il manifesto il 19 settembre del 2001 e il Guardian di ieri è tornato sul tema in termini non più ipotetici ma di assillante probabilità. Qualora i tremila missili e bombe "intelligenti" su Bagdad non dovessero "collassare" in 48 ore il regime e portare all’auspicato golpe dei generali iracheni, due ordigni nucleari tattici ad alta penetrazione, già transitati per Aviano e Ghedi Torre, potrebbero ottenere il risultato voluto senza esporre le forze speciali USA ai rischi di una prolungata guerriglia urbana, agendo da deterrente sulla Corea del Nord e terrorizzando il mondo intero sull’omnipotenza senza scrupoli del grande impero d’occidente. A questo scenario apocalittico che dovrebbe essere posto in atto nella notte tra il 5 o il 6 marzo (fasi lunari, sabbie desertiche non più in movimento e quindi leggibili dai sistemi di guida dei "cruise", fine del pellegrinaggio alla Mecca e approntamento delle ultime armi USA di distruzione totale) i governi vassalli, primo quello italiano, reagiscono inscenando una "totentanz", un balletto macabro di elusioni, menzogne male orecchiate, lealtà verso il grande alleato e ineluttabilità degli eventi.

L’impero americano – ha scritto Gore Vidal – è l’unico nella storia ad aver raggiunto la decadenza senzza avere attraversato una fase di maturità: sulla falsariga di altri governi, come quello della repubblica federale tedesca, dovrebbe oggi essere opportuno e doveroso svolgere un’opera di dissuasione e di contenimento per impedirne il collasso e quello del mondo intero. Incuranti della rabbia popolare e di una eventuale nuova Norimberga, mercenari e vassalli fanno a gara di servilismo e di irresponsabilità – danzatori scheletrici sull’abisso –