1 aprile 2003

Anfetamine di distruzione di massa

di Lucio Manisco

 

Offensiva in stallo, Pentagono spaccato in due, l'amministrazione Bush colpita dal Boomerang «choc e sgomento»: rimane l'anfetamina. L'anfetamina delle "Eskatrol Spansules" di cui si impasticcano i piloti della Us Airforce per effettuare fino a sei missioni di guerra nell'arco di 24 ore. Il comandante Jeff Penfield era evidentemente sotto l'effetto dello psicofarmaco quando si è vantato di avere bombardato sei volte il 29 marzo con il suo "F/A - 18 E Super Hornet" la periferia di Baghdad; avvicinato da un giornalista sul ponte della portaerei Abraham Lincoln ha dichiarato: «E' stata un'esperienza delle più esilaranti; ora non riuscirò certo a dormire. Proverò a mangiare qualcosa, a scaricarmi, a crogiolarmi nel calore della gloria…».

Sei missioni vogliono dire un minimo di quindici ore su ventiquattro, molte di più di quelle permesse in condizioni ben diverse - e con l'autopilota - al comandante di un superjumbo dell'aviazione civile. Sono mille i Jeff Penfield anfetaminizzati che da quattro giorni a questa parte permettono al segretario alla Difesa "Rummy" Rumsfeld di difendersi dagli attacchi dei generali in rivolta, di ribadire che il suo piano strategico più flessibile che mai non è cambiato, che l'avanzata dei carri armati Abrahams su Baghdad non è stata fermata dalla resistenza irakena. Che anche l'invio di altri 100mila militari di rinforzo era stato previsto. Un ricorso massiccio ai bombardamenti aerei - l'ultimo sulla capitale «per intensità e volume senza precedenti negli ultimi undici giorni» - l'impiego fino ad esaurimento di piloti supereccitati ed ipertesi dalle spansules possono per il momento mimetizzare il fallimento di una strategia da Playstation 2, ma ha anche prodotto devastanti effetti collaterali: anche per via di un impiego ben più ingente di missili Tomahawk e di bombe intelligenti che ormai scarseggiano, gli alti comandi dell'aviazione nel Qasar e nel Kuwait stanno abbandonando la finzione di colpire solo bersagli mirati e come è già accaduto nella prima guerra del Golfo e poi in Serbia hanno incominciato a colpire con grossi ordigni gravitazionali infrastrutture civili, centrali elettriche, depuratori d'acqua e centri abitati privi di interesse militare. Il che rende difficile sostenere l'altra finzione di questa guerra unilaterale la conquista cioè degli hearts and minds, dei cuori e delle menti del popolo irakeno. Si moltiplicano intanto nelle forze della cosiddetta "coalizione" i caduti per "fuoco amico" e l'alterazione mentale dei piloti ha indubbiamente qualcosa a che fare con l'incremento dell'allarmante fenomeno.

In crisi anche la martellante campagna di pubbliche relazioni e di propaganda che ha preceduto e che ora accompagna il conflitto. Non si tratta solo di falsità clamorose che vengono smentite o ritrattate ufficialmente nel giro di quarantotto ore (i due militari britannici uccisi dopo essere stati fatti prigionieri), ma di accuse e denunce a dir poco implausibili, come quelle secondo cui l'ufficiale irakeno che si è fatto saltare ad un posto di blocco uccidendo quattro soldati americani sarebbe un «terrorista criminale» come i kamikaze palestinesi che ammazzano civili inermi (nella storia d'Italia terroristi quindi anche Pietro Micca e il balilla di Protoria?).

Ora l'ostilità dell'amministrazione Bush viene estesa anche agli inviati di guerra embedded, inquadrati nelle forze armate che malgrado la loro irreggimentazione e il loro patriottismo non possono non riferire di essersi fermati insieme alle colonne bloccate dalla resistenza irakena e dalla carenza di rifornimenti a cento chilometri da Baghdad. E viene licenziato in tronco a Baghdad il superlicenziato Pete Arnett, l'unico giornalista americano che non si è fatto mai irreggimentare, reo questa volta di collaborazione con il nemico per essersi fatto intervistare dalla televisione irakena.

"Mala tempora" per i Rumsfeld & Co. costretti a contemplare l'orrenda prospettiva di una guerra prolungata nell'intollerabile calura dell'estate nell'antica Mesopotania.