9 aprile 2003

LA BATTAGLIA DI BAGDAD:
"ARBEIT MACHT FREI"

di Lucio Manisco


Se la CNN e le altre reti televisive statunitensi avessero piazzato le telecamere - che allora non esistevano - davanti ai forni di Auschwitz sarebbero riuscite a "sanitize", a espurgare dalle loro riprese le immagini dei morti? Si sarebbero limitate a ritrarre solo gli esseri umani in fila davanti alle "doccie" e non la loro rimozione all'uscita delle camere a gas? Avrebbero ripreso in continuazione la famosa scritta sull'ingresso del campo di sterminio "arbeit macht frei"?

Si è tentati di rispondere affermativamente, a giudicare almeno da come la CNN - seconda solo alla Fox News di Murdoch - e le altre consorelle USA stanno presentando al loro immenso pubblico la battaglia di Bagdad, una battaglia senza morti o tuttalpiù con qualche "ammazzatina" e con un certo numero di feriti, menzionati senza immagini dai telecronisti.

Si è parimenti tentati di riscontrare singolari assonanze tra la scritta di Auschwitz "il lavoro rende liberi" e l'insistenza di Bush, davanti al castello irlandese di Hillsborough, sul traguardo primario di questa battaglia e dell'intera guerra scatenata tre settimane fa, che è quello di dare la libertà al popolo iracheno, un popolo che "sa lavorare" e che, con un non meglio specificato ruolo vitale dell'ONU (da dame di San Vincenzo?) sarà in grado di ricostruire il proprio paese.

Analogie indubbiamente troppo ingiuriose e oltretutto inesatte perché i discendenti delle vittime della Shoah, a quanto riferisce il New York Times di ieri, forti delle esperienze fatte a Jenin e a Nablus, oggi accompagnerebbero come "consiglieri" i baldi marines USA che cannoneggiano Bagdad. Né possiamo dimenticare che furono i padri o i nonni di questi marines a liberarci - con il contributo del tutto marginale di venti e più milioni di caduti sovietici - dall'orrore nazista: sempiterna sarà la nostra gratitudine, a partire dal momento in cui il primo di essi sbarcò ad Omaha Beach al grido di "right or wrong, my Europe", giusta o sbagliata, è la mia Europa.

Sgombrato il campo da ingenerose argomentazioni del genere, è pur doveroso osservare che i mass media statunitensi ed i loro inviati di guerra '"embedded", incastonati nelle unità corazzate, hanno incontrato un ostacolo intollerabile che, a partire da ieri, viene alacremente ed energicamente rimosso: non si tratta della Guardia Repubblicana o dei feddayen Saddam, bensì dei giornalisti europei e arabi "unembedded", non inquadrati e perciò indisciplinati, che si ostinano a presentare le immagini dei prodotti di questa catena di montaggio ad alta tecnologia messa su dalla macchina da guerra anglo-americana. Per l'appunto i morti, i feriti, le macerie degli edifici civili sventrati con bombe intelligenti da una o due tonnellate.

Per la "contradizion che nol consente" i carri Abrahamns hanno cominciato a sparare con i pezzi da 120 mm, questa volta con grandissima precisione, sul Palestine Hotel che ospita gran parte degli inviati europei, ammazzandone un paio e ferendone altri. Si sono poi accaniti - come del resto avevano già fatto in Afghanistan, contro i cronisti e gli operatori della migliore e più indipendente rete televisiva del mondo, Al-Jazeera, e poi contro quelli della Dubai Tv, cannoneggiando per ore e ore i loro uffici che recavano bene in vista sulle finestre le insegne delle loro organizzazioni: hanno ucciso Tariq Ayoub, un nostro amico, il migliore e più coraggioso dei cronisti e operatori di Al-Jazeera.

Dal Dipartimento della Difesa USA è quindi arrivato il monito più minaccioso, che implicitamente promette ulteriori rappresaglie: i giornalisti "unembedded" sono stati avvertiti "nei termini più energici" dei pericoli rappresentati dalla loro s celta di restare a Bagdad.

Non abbiamo dubbio alcuno sul comportamento di questi operatori dell'informazione se sessanta o più anni fa si fossero trovati ad esercitare il loro mestiere nel campo di Auschwitz.