6 aprile 2003

Nel cuore della città.
Chi li ha visti?

di Lucio Manisco

«Siamo entrati nel cuore di Bagdad per rimanerci». «Siamo penetrati nel centro e ne siamo usciti». «Abbiamo dimostrato di poter operare all'interno della capitale dove e quando ci pare».

Ai proclami categorici del Comando della "Coalizione" nel Qatar hanno fatto seguito le riprese dei carri Abrahams e Bradley con soldati al seguito in un centro urbano pieno di verde. Bagdad? La sua periferia? Può darsi, ma chi, come noi, ha raggiunto più volte in aereo la capitale irakena, ha riconosciuto in quelle casette di benestanti uno degli agglomerati residenziali disseminati sui primi chilometri della Matar Sadam Al Dowli, l'autostrada che congiunge l'aeroporto alla metropoli.

Il che non vuol dire che altri reparti della terza divisione statunitense non siano entrati da un'altra direzione nel centro, o cuore che dir si voglia, della città, anche se non li ha visti nessuno: sicuramente non sono stati visti dai giornalisti domiciliati nel Palestine Hotel e tanto meno sono stati inquadrati dalle telecamere fisse lasciate sulle terrazze di questo centralissimo albergo dalla rete televisiva Al Jazeera.

Il presidente Bush, a Camp David per il suo consueto weekend ricreativo, non ha gettato luce alcuna su questi eventi: il suo messaggio radio del sabato si è ispirato al film dell'orrore "Venerdì 13" e avrebbe dovuto essere vietato ai minori di quattordici anni. Trasudava sadismo, torture, sangue e morti, tutto opera dell'infame Saddam che la "coalizione" si accingeva a far fuori per restituire la libertà al popolo irakeno.

Sembra proprio che la "penetrazione nel cuore di Bagdad" e le parole di "Dubia" facciano parte della stessa strategia, quella del "talk, bluff and bluster" - parole, bluff e fragore - che mira a far cadere Bagdad come un castello di carte e ad acchiappare o passare a fil di spada il sanguinario dittatore.

In sedici giorni di guerra la "coalizione" non è riuscita a colpire lui e nemmeno uno dei suoi undici sosia, ma Bush junior è certo che la sua fine è imminente. Di Ronald Reagan si diceva che avesse un rivestimento di teflon: George "Dubia" lo batte di molte lunghezze perché dà a credere che sia rivestito di Dio come Pietro l'Eremita alla prima crociata: "Dieu li volt! "; in questo caso il padreterno vuole che il presidente Usa non sacrifichi un solo soldato nella conquista - strada per strada, casa per casa - della città di Bagdad.

Naturalmente il "talk, bluff and bluster" gode di un altro tipo di assistenza divina che si manifesta tramite la U. S. Air Force. Il Pentagono ha annunziato la sua nuova strategia aerea che è poi quella del famoso motto "bombe dall'alto, pace in terra": Bagdad verrà sorvolata ventiquattro ore su ventiquattro da 600 e più caccia-bombardieri F-16 e F-18 che lanceranno in continuazione e con una precisione, che più precisa di così non si può, razzi "Harm", bombe laser e a guida satellitare sulle caserme e i capisaldi della Guardia Repubblicana fino a che, in gergo texano, questa non venga costretta a "cry uncle", a calarsi le brache, e a lasciar libera la cittadinanza di accogliere con petali di fiori i "libertadores".

Improbabile, ma non impossibile perché i piloti di quei seicento aviogetti micidiali sono impasticcati di anfetamine ed altri psicofarmaci non compatibili con bombardamenti chirurgici e più consoni a quelli a tappeto, tali da seminare eccidi e terrore. Non per nulla uno dei loro slogan recita: "sole alle spalle, occhio itterico, rancore verso tutti".