31 agosto 2003

 

Il baratro iracheno

della Casa Bianca

di Lucio Manisco

 

Trecento soldati americani ammazzati in Iraq ad un ritmo che marcia su due o tre al giorno (i morti irakeni - da 8mila a 12mila - non contano); i massacri nella sede delle Nazioni Unite e nella moschea Shiita di Najaf a riprova che la rivolta - Baathista, Sunnita, Shiita dissidente - colpisce non solo gli invasori ma chiunque li sostenga anche con riluttanza o indirettamente; il pantano irakeno diventato baratro sempre più profondo per l’amministrazione Bush a quindici mesi dalle elezioni presidenziali e alla ricerca affannosa di contributi finanziari e di truppe coloniali tra alleati, ex-alleati, coalizzati e non coalizzati, con o senza l’etichetta Onu ma sotto comando statunitense. Tony Blair - soprannominato "B. liar", "B. mentitore" per via dei falsi sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e della deposizione davanti a Lord Hutton sul suicidio di David Kelly - si libera dell’amico e "consiglieri" Alastair Campbell ma mette la sordina sul disastro irakeno costato già la vita a 51 soldati di Sua Maestà: l’ottanta per cento dell’opinione pubblica britannica non crede più ad una parola di quanto dice ed accusa crisi di rigetto per la sua abilità forense e per la sua eloquenza da "Oxford debating society". Ben diverso il caso del Presidente del Consiglio Italiano, primo a correre in soccorso dell’amico George "Dubya" Bush: dalla sontuosa villa sarda dei 300 cactus ha fatto sue le ultime battute di Condoleeza Rice sostenendo la nobiltà degli intenti statunitensi, la necessità di un impegno più diretto delle Nazioni Unite, più traumatizzate e paralizzate che mai dall’eccidio dei suoi funzionari a Baghdad, ed il dovere di amici ed alleati di aiutare con soldi e soldati il grande impero in difficoltà. Più sornione, ai limiti del disinteresse, l’illustre ospite russo, il macellaio della Cecenia nonché suo carissimo amico; certo di non dovere né potere spendere un rublo per la causa americana e tanto meno inviare in Iraq soldati del suo paese, troppo impegnati nella su menzionata macelleria, ha detto che a lui le Nazioni Unite vanno benissimo e che non ha nulla da obiettare ad un comando Usa dei caschi blu. Poi Vladimir ha tagliato corto dando un’occhiata all’orologio oro e diamanti regalatogli da Silvio ed ha chiuso la conferenza stampa. Per tornare a parlare di cose serie, "body bags" e "Yankee dollars", sono molti a chiedersi entro e fuori l’amministrazione Bush quale numero dovranno raggiungere le prime, contenenti i caduti americani rimpatriati con un cerimoniale ridotto al minimo, e a quale livello astronomico debba salire il finanziamento straordinario del Pentagono, prima che l’opinione pubblica americana si svegli e prenda a calci i "neocons" del Pentagono e della Casa Bianca. Per il Vietnam, secondo quanto poi scritto da Robert McNamara, il punto di rottura venne raggiunto durante l’Amministrazione Johnson quando il numero dei caduti superò i 9mila per poi impennarsi fino al gran totale di 56mila (i due milioni di morti vietnamiti, cambogiani e laotiani non contavano nulla come non contano oggi i morti irakeni - un milione e mezzo per le sole sanzioni gestite spietatamente per dodici anni dall’Onu). E’ vero che allora i soldati erano di leva e i mass media, non ancora "imbedded" e cioè non addomesticati come oggi, facevano a gara per denunziare le carenze e le menzogne delle amministrazioni Johnson e Nixon ed una guerra finanziata fraudolentemente con le carte di credito del governo federale. Ma c’è un limite a tutto e questo limite dovrebbe essere raggiunto, anche e soprattutto per calcoli elettorali, tra novembre e dicembre del corrente anno. Una scadenza troppo vicina per continuare a far finta di niente, a sostenere che tutto era stato previsto e che la guerra al terrorismo - in realtà una guerra che ingenera terrorismo - richiede questi ed altri sacrifici. Il problema è che i conti non tornano, il mantenimento di 147mila soldati in Iraq costa quattro miliardi di dollari al mese e secondo il "gauleiter" Paul Bremer la ricostruzione delle infrastrutture irakene richiede investimenti per «diverse decine di miliardi di dollari». Ieri l’altro il tesoro Usa ha prelevato l’ultima quota dei due miliardi e mezzo di dollari depositati dall’Iraq in banche estere e congelati dopo l’invasione del Kuwait; sono finiti da tempo i 7 miliardi e 700 milioni stanziati dal Congresso e il governo si appresta a chiedere altri miliardi per sopperire alle esigenze di cassa fino al 30 settembre, perché per inciso, è miseramente fallito il piano originario di finanziare la ricostruzione con i proventi del petrolio irakeno (impianti inutilizzabili e oleodotti fatti saltare dalla resistenza).

Da ciò l’appello ad amici, alleati e sudditi perché aprino i cordoni della borsa e inviino truppe di tipo coloniale secondo una formula quanto mai implausibile: chi non rompe paga, non comanda e i cocci non sono suoi.