14 dicembre 2003

L'IRAQ HA CONTRIBUITO AL FIASCO DI BRUXELLES

La grande truffa degli appalti USA

di Lucio Manisco

Il fiasco della presidenza italiana che ha conferito un robusto profilo al fallimento della conferenza intergovernativa sul futuro assetto dell’Unione europea ha avuto un corollario negativo tutt’altro che marginale: ha esasperato i preesistenti dissensi sulla gestione della crisi irachena. Coadiuvato da Tony Blair Silvio Berlusconi è riuscito ad evitare che la questione venisse posta ufficialmente all’ordine del giorno, ma l’ultimo "diktat" del presidente americano - «ai vincitori le spoglie» - ha dominato gli scambi ufficiosi tra capi di governo e ministri degli Esteri. Il nostro governo si è naturalmente schierato con quello britannico nel giudicare legittima la decisione di Washington di escludere dalle gare di appalto per la cosiddetta costruzione dell’Iraq quei paesi, primi tra tutti Germania, Francia, Canada e Russia, che si erano opposti all’aggressione contro L’Iraq. Il premier inglese era stato il più esplicito e zelante al riguardo: «Spetta agli americani - aveva dichiarato a Bruxelles - decidere come spendere il loro denaro». Secca la replica del presidente francese Chirac: «la stabilità dell’Iraq è nell’interesse di tutti ma la decisione degli Stati Uniti va in direzione opposta». Più sarcastico Chris Patten, commissario dell’Unione per i rapporti esterni: «Un vero trionfo della diplomazia del Pentagono, ma al di là dei comportamenti del Pentagono stesso è nell’interesse di tutti che la crisi non precipiti in un sanguinoso disastro». Dello stesso tenore le dichiarazioni del cancelliere tedesco Schroeder, del ministro degli Esteri svedese Freivalds, del presidente della Commissione Prodi e di Solana, responsabile della politica estera Dell’Unione. Significativo il silenzio dello spagnolo Aznar che ha voluto prendere così le distanze dall’ex amico Berlusconi reo di avere isolato all’ultimo momento la Spagna, insieme alla Polonia, nel fallimentare dibattito sull’Europa dell’allargamento. A nessuno comunque è sfuggita l’incoerenza della politica Usa, perché il "diktat" sugli appalti è stato accompagnato dalla richiesta alla Francia, alla Germania e alla Russia di cancellare i debiti iracheni per l’ammontare di 125 miliardi di dollari e dall’ordine impartito alla Nato di intervenire con truppe e risorse finanziarie per prestar man forte alle truppe di occupazione americane in un paese ormai in aperta rivolta. Un pasticciaccio brutto soprattutto per i «pontieri transatlantici» - con Berlusconi e Prodi in prima fila - che si erano dati un gran da fare per rattoppare le esplosive lacerazioni tra vecchia Europa e Stati Uniti. Ma è la questione degli appalti, riserva esclusiva di caccia per ditte americane come la Halliburton fino a tre anni fa diretta dal vicepresidente Cheney ed ora nei guai per un truffa di 61 milioni di dollari - che proietta Un’ombra sinistra e solleva non pochi interrogativi sul futuro corso degli eventi. Anche i paesi della cosiddetta coalizione o altri come l’Italia associati con l’invio di truppe, difficilmente potranno usufruire delle briciole cadute dalla mensa del vincitore. L’investimento Usa nella cosiddetta ricostruzione ammonta a poco più di venti miliardi di dollari a fronte di un preventivo di spesa che supera i 200 miliardi: il tutto dovrebbe tornare nelle tasche degli investitori grazie a ferree ipoteche sui proventi futuri del petrolio iracheno, un bottino già privatizzato e sottratto al patrimonio del paese. Se le ipoteche sono ferree il bottino di guerra è quanto mai aleatorio: l’incremento delle attività estrattive è vicino allo zero, gli investimenti richiesti per il rinnovo degli impianti sono astronomici, è uno dei paesi più ricchi di petrolio del mondo viene affidato alle cure di ditte come la Halliburton per acquisire ingenti quantitativi di greggio dalla Turchia e dal Kuwait, mentre la resistenza continua a far saltare in aria oleodotti e impianti per la raffinazione. Tutto è stato privatizzato nel paese, affidato cioè alle compagnie americane, ma niente funziona perché lo "straniero" complice della potenza occupante viene colpito con uguale, spietato accanimento, in quella che può essere ormai descritta come una guerra di liberazione, quale che sia il contributo dei seguaci di Saddam o della nebulosa al Qaeda. E la potenziale ricostruzione è un settore in rapida crescita: basti pensare alle devastazioni poste in atto da due mesi a questa parte dall’operazione "Iron Hammer" e cioè dalle rappresaglie Usa che stanno annientando sistematicamente quei centri abitati e quelle infrastrutture sopravvissute a dieci anni di bombardamenti e dal "blitzkrieg" di primavera. Assegnare spoglie di guerra a questo o a quel paese amico o alleato dell’impero è un’operazione del tutto virtuale che attribuisce un significato enigmatico se non ironico alle proteste franco tedesche per questa infrazione della morale capitalistica. Più grave e foriera di altre immani tragedie la richiesta americana di truppe Nato e di un’ulteriore estensione delle missioni militari italiana, spagnola e polacca. E’ forse opportuno ricordare quanto scritto un secolo fa da un pluridecorato generale dei "marines", Smedley Butler: «Ho trascorso gran parte della mia carriera militare nel ruolo di muscoloso agente per il Big Business per Wallstreet e per i banchieri. In altri termini mi sono comportato da agente malavitoso, da gangster del capitalismo in America Latina e in mezzo mondo...». Il nostro ministro della Difesa Martino farebbe bene a meditare sulle esperienze del generale Butler prima di parlare di accresciuti rischi per il nostro corpo di spedizione e di un prolungamento del suo mandato in Iraq.