26 marzo 2003

Generali in rivolta a Bagdad?
No a Washington

di Lucio Manisco

C'è qualcosa di marcio nel Regno di Danimarca. Il che vuol dire poco o nulla dato che il contributo danese all'invasione americana dell'Iraq è pressocché inesistente. Il lezzo del marcio si leva a folate impetuose dal centro dell'Impero, più esattamente dalle rive del Potomac su cui si affaccia la struttura rattoppata del Pentagono, e dal numero 10 di Downing Street a Londra. Sei giorni di guerra che sin dalle sue prime 48 ore dovevano registrare la marcia trionfale del Settimo Cavalleria lungo il Tigri e l'Eufrate fino all'istantanea liberazione di Bagdad, sono diventati un incubo per l'amministrazione Bush ed il governo di Tony Blair. Bastava ieri guardare alla televisione il Presidente degli Stati Uniti, circondato da generali a quattro e cinque stelle e dal Segretario alla Difesa, chiedere con la massima urgenza al Congresso un primo stanziamento aggiuntivo di 74 miliardi e 700 milioni di dollari da destinare alle spese crescenti dell'invasione, per capire che la strategia Usa si è rivelata fallimentare sui campi di battaglia e richiede ora opzioni diverse e più dispendiose alternative. Un'ora prima un Tony Blair più anfetaminico che mai aveva parlato "con il cuore in mano" della catastrofe umanitaria che incombe sull'Iraq, aveva negato che questa catastrofe avesse qualcosa a che fare con la guerra in corso in quanto risaliva alle sanzioni che per colpa del perfido Saddam avevano ucciso quattrocentomila bambini iracheni (molti di più, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità). Alla vigilia della sua partenza per Washington, il Premier ha citato il caso drammatico di Bassora da cinque giorni priva di acqua e di elettricità. Nello stesso momento, l'Alto Comando delle Forze di Sua Maestà britannica nel Qatar annunciava che la città con i suoi due milioni di abitanti, andava considerata ormai "un legittimo bersaglio strategico", perché poche migliaia dei suoi difensori si ostinavano a fare il tiro al bersaglio sui Royal Marines. E si dava così il via ad un altro massacro.

Gli iracheni dunque non stanno accogliendo i soldati americani e britannici come liberatori ma come nemici; il regime non è stato "decapitato"; e a Bagdad non c'è stata la rivolta dei generali.

La rivolta dei generali è esplosa a Washington. «Nei piani di Rumsfeld - ha dichiarato ieri un alto funzionario del Pentagono - questi combattimenti accaniti sul terreno non erano stati affatto contemplati; non abbiamo dispiegato in campo una potenza militare schiacciante, quella necessaria. Ora abbiamo tre divisioni disseminate su distanze di quattrocentocinquanta chilometri e la quarta divisione, quella di riserva, non arriverà in Iraq prima di tre settimane». Un generale, che ovviamente ha preferito mantenere l'anonimato, ha rincarato la dose: «Come per l'Operazione Anaconda in Afghanistan stiamo applicando concetti e metodi che non sono stati mai messi alla prova. Ora che la nostra strategia e le nostre previsioni si sono dimostrate carenti, non disponiamo più di un pozzo da cui attingere acqua». E Robin Dorff, direttore per la strategia all'Accademia di guerra di Carlisle in Pennsylvania, ha identificato i tre errori fondamentali di questa campagna: «Un divario abissale tra aspettative e realtà. La minaccia costante portata dalle truppe irregolari irachene sui quattrocentocinquanta chilometri di colonne di rifornimenti che sono cruciali per le unità corazzate lanciate su Bagdad. La minaccia turca sul settore settentrionale del paese che potrebbe scatenare combattimenti con i curdi intorno ai ricchi giacimenti petroliferi dell'Iraq settentrionale». Dorff ha delineato una prospettiva da incubo: migliaia di soldati e di forze speciali americane impegnate per settimane e per mesi in scontri casa per casa in una metropoli che conta cinque milioni di abitanti. Diversi alti ufficiali in servizio permanente effettivo al Pentagono o in congedo, come il colonnello John Collins, hanno avanzato previsioni ancora più allarmanti sulle perdite a cui vanno incontro le forze americane e sugli inevitabili massacri di civili.

Dissenso, in qualche caso vera e propria rivolta, si accentrano sull'incompetenza, sull'impreparazione, sulle fumisterie tecnologiche del Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e di suoi consiglieri come Richard Perle: quest'ultimo, in un articolo pubblicato anche in Italia, ha palesato un'ostilità per l'Onu pari a quella nei confronti di Saddam Hussein ed ha localizzato il Palazzo di Vetro sulle rive del fiume Hudson, quando i più somari degli scolari americani sanno benissimo che si erge sullo East River. Rumsfeld, Perle & Co. - ha rivelato una fonte del Pentagono - avevano originariamente pensato che una forza di sessantamila uomini sarebbe stata più che sufficiente per assestare un colpo mortale alle difese degradate irachene e solo l'insistenza di alti ufficiali di vecchio stampo aveva ottenuto di triplicare l'entità del corpo di spedizione.

Coloro che non possono rammentare il passato sono condannati a ripeterlo, diceva George Santayana, ed il passato del Vietnam si sta riproducendo sui campi di battaglia dell'antica Mesopotamia. Nel 1965 erano sessantamila i soldati americani coinvolti nella repressione del movimento di liberazione nazionale Vietcong. Tre anni dopo, erano diventati mezzo milione. Ma c'è qualcosa di peggio in questa amministrazione Bush, c'è l'ascesa al potere di personaggi frustrati per vent'anni dall'emarginazione a cui erano stati condannati dai precedenti governi. Al di là delle loro presunte competenze nella costruzione del nuovo Impero, sono permeati da una cultura d'accatto, detestano quella europea e prendono per oro colato baggianate come quelle enunciate da Robert Keagan, secondo cui gli americani "provengono da Marte" e gli abitanti del Vecchio Continente "dal pianeta Venere".

I destini dell'umanità sono nelle mani di questi ideologhi da strapazzo, oggi improvvisamente alle prese con un detestabile e sottovalutato dirigente mediorientale deciso a fare di Bagdad una nuova Stalingrado: possono solo pensare a nuove ecatombi, sempre che la rivolta dei loro generali non riesca a fermare loro la mano, a risospingerli in un'emarginazione e in un oblio più che meritati.