7 aprile 2003

La campagna per Baghdad,
la guerra sul Potomac

di Lucio Manisco

Se la battaglia di Waterloo venne vinta sui campi sportivi di Eton, quella di Baghdad continua ad essere combattuta non solo intorno alla capitale irachena ma anche sulle rive del Potomac.

Non lo attesta solo l'editoriale pubblicato ieri dal New York Times ("Rumsfeld e i generali") ma viene evidenziato nelle ultime quarantotto ore dai martellanti bollettini di guerra diramati dal Pentagono sulle "penetrazioni" nel cuore di Baghdad, circondata e sigillata dalle forze della coalizione, sulle perdite gravissime inflitte alle forze regolari di Saddam Hussein («più di 2000 morti»), sulle diserzioni di massa tra queste forze, sul fatto che la cattura o l'uccisione del dittatore «non sono più rilevanti per la strategia statunitense», secondo il generale Peter Pace vice-comandante della "coalizione".

Non sono bollettini di guerra campati in aria, alla pari di quelli diramati dal quartier generale iracheno, ma è giustificato qualificarli come anticipazioni di successi e di operazioni militari tuttora in fase di pianificazione o appena delineate sui campi di battaglia; rispondono anche alle esigenze di una propaganda volta a demoralizzare le forze avversarie e ad affrettarne la resa.

Al di là di quanto traspare dalla stampa americana è anche vero che il segretario alla Difesa, Rummy Rumsfeld, alle prese con generali riottosi e con la sua fallimentare strategia dello "choc and awe" mirante al collasso in sette giorni delle difese irachene, si difende come può, anticipando cioè quanto gli viene suggerito dai computer della Rand Corporation. Non lo aiuta nella terza settimana di guerra l'ostinato silenzio del comandante in capo generale Tommy Franks, "desaparecido" dagli schermi televisivi a partire dal 24 marzo - data di inizio della "battaglia di Baghdad" - e da allora non avvistato da nessuno dei giornalisti che gremiscono il quartier generale di Doha nel Qatar. Anche gli inviati di guerra "embedded", inquadrati e irreggimentati nelle unità sul campo, incominciano a venir meno ai compiti loro assegnati. L'ultimo e più clamoroso esempio è di ieri: sono stati due di questi inviati a spiegare come il "fuoco amico" che nell'Iraq del nord ha distrutto una colonna di curdi e di forze speciali statunitensi provocando una quindicina di morti, andava inquadrato in una massiccia controffensiva scatenata dall'esercito regolare iracheno da più di tre giorni ignorata dai bollettini di guerra del Pentagono. Meritevole di menzione la spettacolare eccezione di un inviato di guerra della Cnn, Walter Rodgers "embedded" nella terza brigata della terza divisione corazzata alle porte di Baghdad. Se non si trova con un cromakey alle spalle nell'anticamera dell'ufficio di Rumsfeld sembra in comunicazione telefonica diretta con il segretario alla difesa: se il suo reparto fosse avanzato quotidianamente sulle distanze da lui indicate ora avrebbe raggiunto Tel Aviv o Damasco.

Più significativo e preoccupante il silenzio mantenuto dal Pentagono sul numero dei caduti e dei feriti nelle forze statunitensi. L'ammiragliato britannico ha annunziato che il numero dei Royal Marines caduti nell'assedio di Bassora ha superato le 110 unità. Nulla si sa del totale statunitense ma sulla base dei dati frammentari provenienti dai comandi locali in Iraq il tragico bilancio dovrebbe essere molto più elevato; occultarlo rientra in una direttiva ugualmente perseguita da Washington e da Baghdad: poco o nulla di ufficiale infatti si sa delle perdite effettive e ben più ingenti subite dalla guardia repubblicana e dalle altre forze della difesa irachena.