22 marzo 2003

Quando la strategia è in panne

 di Lucio Manisco

 

Siamo arrivati al primo assaggio dell'operazione "choc e sgomento" su Baghdad e sulle altre città irachene ma tutto induce a credere che non sia stato ancora posto in atto quel vero e proprio giudizio universale pianificato originariamente per le prime quarantotto ore del conflitto con la propagandata pioggia di 3mila missili, bombe intelligenti e a micro-onde sulla capitale e i suoi dintorni.

Qualcosa non ha funzionato e le trionfalistiche asserzioni del segretario alla difesa "Rummy" Rumsfeld non hanno convinto nessuno. Per riassumere: la "decapitazione del regime" con 42 razzi Tomahawk e due superordigni ad alta penetrazione sul domicilio segreto di Saddam non ha avuto successo anche se la Cia insiste che il dittatore in quel momento stava proprio lì (capoccione duro o morto che parla?); il golpe dei generali che per salvare la pelle dovrebbero aprire le porte ad una pacifica occupazione del paese rimane un pio desiderio dei cervelloni di Langley; le decine di migliaia di soldati iracheni che dovevano arrendersi al primo colpo di fucile creando grossi problemi logistici agli invasori si sono ridotte a 250 tra fantaccini, vigili del fuoco e guardie comunali; i marines di Sua maestà britannica hanno occupato la città portuale di Uma Quasr ma non hanno raggiunto il ben più importante centro di Bassora che dista un'ora di macchina dal Kuwait ed i cui abitanti attendevano a braccia aperte i "libertadores"; la grana più grossa è venuta dalla Turchia che ha mosso due divisioni corazzate attraverso le frontiere meridionali per papparsi il Kurdistan in barba agli accordi con Washington: il "settimo cavalleria" con i suoi temibili carri armati Abrahamas, trasformati apparentemente in Ferrari sulla pista di Monza, dilagano nel deserto ma non si sa bene dove vadano; e per finire il Comandante in capo dell'esercito, della marina, dell'aviazione, dei marines e della guardia costiera - è questo il titolo ufficiale del Presidente George "Dubia" Bush - ha sbattuto la porta dell'ufficio ovale della Casa Bianca e se ne è andato per un week-end ricreativo a Camp David.

Sembra che abbia insistito insieme a Dick Cheney su un imperativo categorico: salvare a qualsiasi costo i pozzi petroliferi iracheni da quell'incendiario di Saddam. Due gli speciosi motivi addotti dagli umanitari "stranamore" del Pentagono: evitare un disastro ecologico e preservare una ricchezza che appartiene al popolo iracheno. Sorrisi al Dipartimento di Stato e a quello delle Finanze di Washington: quei pozzi petroliferi per il prossimo decennio dovranno produrre miliardi di dollari per salvare dalla bancarotta gli Stati Uniti e in un disegno di più lunga durata per applicare una lama di coltello alla giugulare energetica dell'Europa e di altri paesi industrializzati. Un impero non si costruisce solo con i Tomahawk e con gli Stealth invisibili al radar.

I più massicci bombardamenti di ieri notte e i sempre più frenetici inviti di "Rummy" & Co. a generali e dirigenti iracheni perché disertino dopo aver fatto fuori il dittatore indica chiaramente che la grande strategia Usa almeno per il momento è in panne. E' una strategia che parte da un presupposto o assioma inconfessato ma imprenscindibile: mai e poi mai il Pentagono impegnerà forze di terra in combattimenti nei centri urbani: la memoria del Vietnam, del Libano e della Somalia, di Ke San, dei 280 marines ammazzati a Beirut, di "Black Hawk Down" a Mogadiscio ha lasciato tracce indelebili negli ambiziosi costruttori dell'egemonia imperiale statunitense.

Marines e forze speciali non entreranno mai a Baghdad sparando per le strade. Se non ci sarà la resa incondizionata della Guardia Repubblicana e delle milizie Baathiste, si prospetterà un'alternativa spaventosa: Baghdad verrà rasa al suolo, i suoi 5 milioni di abitanti verranno decimati e questo crimine senza precedenza scriverà una nuova pagina di infamia nella storia dei nostri tempi. Speriamo che non sia così, speriamo che Saddam Hussein passi a miglior vita.