3 aprile 2003

L'ARTE DELLA GUERRA

RUMMY VERSUS TOMMY

 

di Lucio Manisco

 

Da tre giorni non appare alla televisione, non tiene conferenze stampa, non viene fotografato da solo e tantomeno in compagnia dei suoi generali. Si presume che sia vivo, perché nessun missile ha colpito la sede del suo quartier generale e, dato che in 14 giorni di guerra non ha mai visitato la truppa al fronte, non dovrebbe aver corso il rischio di esporsi al fuoco nemico. L'unica ipotesi valida è che sia stato il fuoco amico a farlo sparire dalla circolazione perché da qualche giorno a questa parte questo fuoco è stato quanto mai intenso e martedì sera ha raggiunto un volume micidiale.

Non parliamo di Saddam Hussein, ma del generale texano Tommy Franks, comandante in capo delle forze della "coalizione" in Iraq, che apparentemente hanno ripreso solo ieri la loro avanzata su Bagdad dopo una pausa di cinque giorni. L'aspra e inattesa resistenza irachena, i rifornimenti a rischio su linee di comunicazione lunghe 400 chilometri, le tempeste di sabbia avevano indotto il generale a fermare i carri armati Abrahams del Settimo Cavalleria e a chiedere con urgenza rinforzi al "boss", il Segretario alla Difesa Rummy Rumsfeld; alcuni rinforzi gli erano stati immediatamente concessi, sottraendoli al fronte meridionale e ai Royal Marines britannici alle prese con l'accanita resistenza di Bassora e dintorni; altri gli erano stati promessi - ben due divisioni corazzate in partenza dagli Stati Uniti - un altro fronte era stato aperto a nord da mille paracadutisti e i bombardamenti aerei e missilistici erano stati raddoppiati imponendo turni massacranti ai piloti.

Tutto inutile: il generale Franks nella sua ultima conferenza stampa aveva parlato di flessibilità, di "regrouping", di validità dei piani strategici di "Iraqui Freedom" e ne aveva attribuito la paternità esclusiva al "boss" Rumsfeld; ma l'ordine di riprendere l'avanzata non lo dava.

La rivolta dei generali, venuta meno a Bagdad, esplodeva a Washington: "Iraqui Freedom" era un piano di dilettanti da tavolino, anzi da computer, di "chicken-hawks", di falchi-galline che non avevano avuto mai esperienza diretta di un campo di battaglia. La Casa Bianca entrava in iperventilazione e così il Dipartimento della Difesa.

Alle 17 del 2 aprile veniva lanciato il primo missile "amico" sul troppo cauto Tommy Franks e sul suo quartier generale nel Qasar; le agenzie di notizie riportavano una secca nota del Pentagono: "E' stato dato il via libera al generale Franks di marciare su Bagdad quando vuole". E come se non bastasse quell'accusatorio "quando vuole", un Rummy Rumsfeld più esagitato che mai dichiarava alla televisione che la paternità di "Iraqui Freedom" era "primariamente" di Tommy, che questo piano funzionava egregiamente, che sarebbe stato applicato alla lettera e che la vittoria, se non imminente, era comunque certa.

Il giorno dopo i carri armati hanno ripreso a muoversi in tutte le direzioni, non si sa con quale efficacia, anche se è stata data per spacciata, anzi per "polverizzata" una fantomatica divisione irachena. Il generale texano, chiuso nel suo risentito silenzio, ha continuato a non farsi vivo: a suo nome ha parlato di trionfale avanzata il portavoce, generale Vincent Brooks.

Il problema di fondo rimane lo stesso: cosa fare una volta raggiunta la periferia della capitale irachena, perché i generali statunitensi, dissidenti o meno, su un punto si trovano d'accordo: mai e poi mai esporranno i loro soldati ad operazioni belliche all'interno di una città, in combattimenti casa per casa, strada per strada.

I Rumsfeld, i Perle, i Wolfowitz hanno citato più volte quel testo classico che è "l'arte della guerra" di Sun Tzu, e per l'aggressione all'Iraq si sono appropriati del suo ammaestramento sull'effetto paralizzante dello "choc e sgomento". Hanno invece trascurato o hanno dimenticato l'altro dogma fondamentale dello stratega cinese del quinto secolo a.C.: "Una vittoria in tempi brevi deve essere il traguardo principale in guerra - scriveva Su Tzu - Se questa vittoria tarda ad arrivare, ogni arma diventa inefficace ed il morale viene intaccato. Se le truppe attaccano delle città, la loro forza verrà dissipata. Quando un esercito viene impegnato in campagne prolungate, le risorse dello Stato vengono meno. Quando le armi si smussano e l'ardore si spegne, quando la forza si esaurisce ed il tesoro viene dissipato, i capi degli Stati vicini approfitteranno di questa crisi per intervenire. In tal caso nessun uomo, quale che sia la sua saggezza, sarà in grado di evitare le conseguenze disastrose che seguiranno..."