10 aprile 2003

SACCHEGGI:
STATUE DI SADDAM
STATUE SUMERE

di Lucio Manisco

 

Il regime è caduto, è quasi caduto, sta per cadere. Il giubilo di folle piuttosto striminzite nei quartieri sciiti di Bagdad non riecheggia in quelli sunniti della capitale ma lo anticipa, anche se da quelle parti è in buona metà del paese si continua a sparare. Il "Centcom", il quartier generale della "coalizione" a Doha, nel Qasar, dirama comunicati ispirati a cautela, ma non nasconde soddisfazione per come stanno andando le cose. Soddisfazione che sprizza da tutti i pori della pelle di Rummy Rumsfeld, Dick Cheney & Co. perché i loro critici sono stati sbugiardati dall'imminente fine del conflitto a tre settimane dal suo inizio.

Poco conta che non sia stata trovata la minima traccia delle armi di distruzione di massa, la cui esistenza, data per certa, aveva fornito la motivazione primaria della guerra preventiva a stelle e a strisce. E poco conta che non si sia ancora potuto attuare il "regime change" - seconda motivazione della stessa guerra - perché il sanguinario dittatore è ancora uccel di bosco, ovvero è morto sotto qualche bomba da due tonnellate ma nessuno può esserne certo.

Comunque sia, sta per calare il sipario sulla prima gloriosa impresa bellica del terzo millennio e già si sta levando l'altro sipario sulla tragedia umanitaria e di sangue che ha colpito un intero popolo e sulle sue prevedibili funeste ripercussioni politiche in tutto il mondo arabo e musulmano. E' di ieri la notizia di decine di migliaia di proiettili ad uranio impoverito - compreso quello che ha colpito il Palestine Hotel - esplosi dall'esercito di "liberazione" in una città di cinque milioni di abitanti e nei suoi dintorni: non saranno certamente i baldi marines a provvedere alla bonifica del territorio: dopo la sinistra esperienza fatta nella prima guerra del Golfo (più di duecentomila i militari americani affetti da quella che venne eufemisticamente chiamata la sindrome di Desert Storm), i comandi statunitensi hanno indicato l'intenzione di ritirare al più presto le loro truppe dalle aree della guerra guerreggiata. E' sempre di ieri l'altra notizia pubblicata dal quotidiano britannico "The Guardian", secondo cui i comandanti statunitensi sul campo non esiteranno ad usare gas "incapacitanti" in caso di tumulti o disordini nei centri abitati, come quelli verificatisi ieri durante i saccheggi sia a Bagdad che a Bassora. Sempre meglio dei proiettili da uranio impoverito, deve aver pensato il Presidente Bush quando ha autorizzato l'impiego di questi gas il 25 marzo scorso, ignorando il protocollo di Ginevra del 1925 che li aveva messi al bando in qualsiasi circostanza di guerra.

Ma c'è un altro evento che non gronda sangue e tragedie umane ma che non è meno grave per la storia dell'umanità, un evento di cui sono stati creati i presupposti proprio in questi giorni. Nessuno potrebbe curarsi meno della distruzione di una delle tante orrende statue di Saddam Hussein addobbate o meno con la bandiera stellata. Tutto il mondo della cultura è invece allarmato dalla rapina già in corso di altre statue, statuette e reperti archeologici sumeri ed assiri, i più antichi della nostra civiltà, disseminati in tutta l'antica Mesopotamia. Non si tratta più di salvare monumenti già colpiti nelle ultime tre settimane, come il palazzo Al-Zohour a Bagdad ed apparentemente anche il Museo Nazionale della capitale, in parte evacuato. Si tratta di evitare il ripetersi su ben più vasta scala di quanto è accaduto dopo la prima guerra del Golfo con la scomparsa di ben quattromila reperti. Allora le autorità irachene, l'UNESCO e diversi centri universitari in Europa e negli Stati Uniti riuscirono a tutelare i musei delle grandi città, ma sotto la spinta del cosiddetto libero mercato i "predoni del deserto" fecero man bassa di statue, statuette, vasi e tavolette cuneiformi nei diecimila e più giacimenti archeologici disseminati lungo il Tigri e l'Eufrate. Questa volta il libero mercato dell'antiquariato si sta organizzando meglio soprattutto negli Stati Uniti: una sedicente organizzazione per la conservazione dei siti e degli artifatti iracheni denominata "Consiglio Americano per la Politica Culturale" e formata da collezionisti e mercanti d'arte ha chiesto ed apparentemente ottenuto una riforma della legge sulla proprietà culturale che dopo la devastazione dei bassorilievi Maya aveva proibito l'importazione negli USA di queste ed altre antichità. La cosiddetta riforma permetterebbe , a fini di conservazione, l'importazione di "manufatti della civiltà sumera". La "conservazione" sarebbe ovviamente compatibile con l'immissione degli stessi manufatti sul libero mercato. A nulla sono servite le vibrate proteste dell'UNESCO. A nulla probabilmente servirà l'interessamento della Commissione Cultura del Parlamento Europeo.