12 aprile 2003

Il sacco di Baghdad Ali Babà
e i 40 ladroni

di Lucio Manisco

«I saccheggi in corso costituiscono una comprensibile reazione ad anni e anni di brutale repressione - ha dichiarato ieri il portavoce della Casa Bianca - noi non condoniamo questi eventi che vanno peraltro inquadrati nel loro contesto storico». Il signor Airi Fleischer non è il più brillante dei portavoce che hanno deliziato i giornalisti nell'ultimo mezzo secolo, ma è sicuramente quello più rivestito di teflon: è stato bombardato di domande sul perché le truppe di occupazione, mi correggo, di "liberazione", non facciano nulla per fermare il sacco di Baghdad, perlomeno di nove dei suoi undici ospedali, se la loro inazione non violi tre delle convenzioni di Ginevra, e lui risponde che il tutto è comprensibile; poi aggiunge che spetterà al popolo iracheno rimettere a posto le cose.

A Doha nel Qatar, le risposte del generale di brigata Brooks sono evasive, imbarazzate, ma più intelligibili: cerca di spiegare che la guerra non si è ancora conclusa, che le forze anglo-americane impegnate in questa guerra non sono sufficienti a garantire l'ordine pubblico, che si provvederà in un secondo tempo, che intanto è stato imposto il coprifuoco. Alla domanda di una giornalista della rete televisiva tedesca Ard sui saccheggi dei siti archeologici, risponde di non saperne nulla ed aggiunge anche lui che al popolo iracheno intervenire per salvaguardare il suo patrimonio artistico e storico.

Mentre il generale tiene la sua conferenza stampa viene dato il via al saccheggio del Museo nazionale di archeologia di Baghdad; è il più importante del Medio Oriente, secondo solo per numero di artefatti a quello del Cairo, ma unico al mondo per la sua raccolta comprensiva di capolavori dell'arte sumera, assira e tardo-babilonese. Novemila anni non solo di arte che comprende anche quella islamica (son o o erano in questo museo il famoso busto in avorio di Cleopatra, le teste dei re e dei principi sumeri, le ceramiche dell'Islam) ma di tavolette cuneiformi, di manoscritti trasferiti in incunaboli di documenti su quella che è stata chiamata la culla della civiltà occidentale. A gennaio avevamo appreso dalla direzione del museo che una parte - quella asportabile - dell'immenso patrimonio era stata messa al sicuro, fuori cioè dell'ambito museale, e che erano state assoldate delle guardie private oltre al personale di custodia. Abbiamo appreso ieri notte che una dozzina di vandali ha spezzato statue e vasi nel primo piano del museo ma che tre individui sapevano quello che facevano perché hanno aperto solo alcune custodie protettive e ne hanno asportato il contenuto.

Esiste un'altra mezza dozzina di musei minori, ma non meno importanti, in altre città irachene e sono più di diecimila i siti archeologici identificati e parzialmente escavati. Poco o nulla si sa di quanti di essi siano stati danneggiati dai bombardamenti aerei e terrestri delle forze della "coalizione". Il Pentagono aveva risposto agli appelli dell'Unesco e di molte università statunitensi ed europee assicurando che i comandi dell'aviazione e delle truppe di terra erano stati posti a conoscenza dell'importanza di musei e siti, che avrebbero fatto di tutto per non danneggiarli «sempre che non venissero utilizzati a fini bellici dall'esercito iracheno». In un'intervista concessa a Le Monde un generale Usa era stato più esplicito: «Se dal Louvre venisse sparato contro la mia unità, non esiterei a radere al suolo il vostro museo». Non sono comunque i soldati della "coalizione" a rappresentare una minaccia per il patrimonio culturale dell'antica Mesopotamia, anche perché, secondo un'antica tradizione del Settimo Cavalleria, sono interessati a collezionare souvenir di guerra che appartengono al genere "macabro-mortuario". Il vero pericolo è rappresentato dal mercato semiclandestino dell'antiquariato statunitense ed europeo che sin dalla prima guerra del Golfo ha messo vere e proprie taglie sui capolavori ben noti e di piccole dimensioni, quindi più facilmente trafugabili. Taglie che hanno mobilitato da dieci anni a questa parte i "tombaroli" locali e i cosiddetti "predoni del deserto". Da tre giorni a questa parte i "quaranta ladroni" si sono messi all'opera e l'Alì Babà statunitense è rimasto a guardare.