15 aprile 2003

Guerra in Medio Oriente
E all'Europa

di Lucio Manisco

«Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante vengano sognate nella tua filosofia».

Chi sa quanti Orazi avrebbe dovuto apostrofare Amleto tra i nostri governanti che cinguettano all'unisono la filosofia di Bush e Blair sul dopo Saddam ignorando le cose dell'impero nel cielo e nella terra dell'Europa e nel mondo. Una filosofia da gioco delle tre carte per allocchi, zelanti vassalli e corifei dei mass media, che emargina come effetto collaterale la tragedia di un popolo, i suoi morti, i suoi feriti lasciati senza cure, la devastazione dei suoi monumenti, della sua antica memoria culturale e storica. Una filosofia esiziale nella sua pretestuosa banalità perché sulle macerie ancora fumanti di un paese lasciato nel caos costruisce i presupposti di altre macerie, di un'altra guerra minacciata se non imminente alla Siria.

Già, perché le armi di distruzione totale che avevano motivato l'aggressione all'Iraq non sono state trovate; quindi debbono essere state portate in valigia dai "Saddamites" accolti a braccia aperte a Damasco, il cui governo dispone già di queste armi, vuole fornirle al terrorismo internazionale e magari impiegarle contro Israele, un paese che sotto l'illuminata guida di Sharon si accinge a seguire la "road map", la mappa stradale verso la pace con i palestinesi annunciata ma non ancora delineata da George Dubia Bush.

In questo quadro mortifero del nuovo assetto mediorientale l'Italia - proclama Silvio Berlusconi - farà la sua parte con o senza l'Onu inviando i carabinieri del Tuscania a Bagdad per assolvere i compiti di una repressione coloniale disdegnati dal Settimo Cavalleria, dai marines e dalle forze speciali messe in campo dagli Stati Uniti per ridare libertà e benessere al popolo iracheno. Neanche la Gran Bretagna vuole assumersi questo onere e ieri Tony Blair ha parlato ai Comuni di un altro paese europeo che si è offerto a tal uopo. Sarebbe naturalmente disdicevole e di malaugurio attribuire al nostro presidente del Consiglio l'intento di un suo predecessore di sedersi al tavolo della pace con un discreto bagaglio mortuario. Nel suo rivoltante cinismo comunque quel predecessore parlava chiaro: le affabulazioni di Berlusconi sulle finalità umanitarie della missione sono a dir poco dissennate, come quelle sul suo intento nel semestre italiano all'Unione Europea di riallacciare i rapporti tra Stati Uniti da una parte e Francia, Germania e Russia dall'altra, andati in pezzi per via della guerra preventiva contro l'Iraq.

Ci sono "più cose in cielo e in terra", intorno e al centro di questa frattura, di quelle sognate nella filosofia dell'Orazio nostrano. C'è la continuità di una politica egemonica statunitense che il 9/11 ha accelerato su tempi vertiginosi e con modalità di pura e semplice violenza. Maggioranza di destra e minoranza di centrosinistra concordano nell'esorcizzare l'anti-americanismo, peccato originario e male di tutti i mali; l'una e l'altra ignorano o fanno finta di ignorare l'anti-europeismo che da più di un decennio ispira la politica estera, militare ed economica degli Stati Uniti. Non si tratta di chiacchiere da bar commercio, ma di direttive ufficiali enunciate a chiare lettere, come quella che definisce inaccettabile per Washington l'emergere di una o più nazioni ostili o amiche che intendano contestare il primato assoluto, il "manifest destiny", della superpotenza planetaria.

In primo luogo una ancora velleitaria Unione Europea con una moneta unica che si propone come alternativa alla valuta di riserva dominante e cioè al dollaro. Uno degli imperdonabili crimini di Saddam Hussein è stato quello di trasferire in euro le partite del greggio iracheno: dopo lo sgonfiamento della bolla speculativa di Wall Street altri paesi produttori, arabi o dell'America Latina come il Venezuela, apparivano disposti a seguirne l'esempio delineando il paventato collasso dell'economia egemone che si regge sull'afflusso di due miliardi di dollari al giorno. Il cosiddetto successo dell'euro era stato accompagnato nel vecchio continente da conati di indipendenza militare prontamente schiacciati dal Pentagono e persino un vecchio conservatore come Giscard d'Estaing aveva avuto l'ardire di proporre una dichiarazione di indipendenza da inserire nel prologo della nuova costituzione europea.

E' falso asserire che gli Stati Uniti hanno aggredito l'Iraq per assicurarsi le sue riserve di greggio sia perché, con o senza sanzioni, già ne disponevano, sia perché hanno potuto sempre fare quello che volevano e vogliono con l'Opec. Ma è sacrosantamente vero che un controllo diretto di quel rubinetto di petrolio, e poi in rapida successione degli altri rubinetti mediorientali, vuol dire applicare un coltello alla giugulare energetica dell'Europa e degli altri paesi industrializzati. Francia e Germania hanno avvertito la pressione di quella lama insieme alla sovversione del diritto internazionale sopravvissuto a cento conflitti dopo il trattato di Westfalia. E' giustificato ritenere che non si sia parlato d'altro nel vertice della vecchia Europa a St. Petersburg, mentre Berlusconi parlava di carabinieri a Bagdad.