18 aprile 2003

Europa, Berlusconi e la terra dei vitelli

di Lucio Manisco

 

Ora che confabulazioni, messaggi cifrati, telefonate private e starnuti dei 25 di Atene sono stati debitamente intercettati da Echelon e scodellati dalla National Security Administration sui tavoli del Dipartimento di Stato, è giustificato ritenere che l'Amministrazione Bush si sia fatta una idea delle conseguenze disastrose della sua politica estera, militare ed economica nell'Europa allargata dopo il gioco al massacro irakeno. Il successo registrato con il passaggio di nuovi paesi membri dallo stato di vassallaggio sovietico a allo stato di vassallaggio statunitense all'interno di un Unione non più governabile era stato anticipato dalla loro precipitosa irregimentazione nella Nato ma nell'Agora ateniese sono apparse le prime crepe nella muraglia antieuropea eretta faticosamente dagli Stati Uniti: l'insorgenza franco-tedesca prima, durante e dopo la selvaggia aggressione mediorientale ha creato un nucleo autonomo di potenza economica e politica nell'Unione che non potrà non condizionare l'integrazione dei dieci.

Chi si attendeva dalle nuove note del concerto d'Europa nella capitale greca una prova d'orchestra sotto conduzione anglo-americana è rimasto profondamente deluso: gli Aznar, i Berlusconi, in una certa misura lo stesso Prodi hanno dovuto prendere atto del "pragmatismo" di Chirac, del risentimento di Schroeder, degli stessi "ripensamenti" di Tony Blair e soprattutto del rigetto dei diktat Usa da parte dell'opinione pubblica europea che ha trovato robusta espressione nella protesta popolare ad Atene (a Washington c'é già chi parla di un possibile ritiro statunitense dalle prossime Olimpiadi).

Le immagini di devastazione e di morte che sfondano ogni giorno il muro dell'omertà massmediale sull'Irak, la prospettiva di ulteriori avventure militari Usa nei paesi vicini in un velleitario riassetto mediorientale ispirato dal disegno di una "più grande Israele", la crescente conflittualità economica tra Stati Uniti ed Europa nel contesto di una sempre più marcata crisi mondiale hanno convinto i più responsabili dei leader convenuti ad Atene che l'obbedienza pronta, cieca ed assoluta nei confronti dei nuovi Talebani d'America cozza contro gli interessi primari del vecchio continente e che, per deprecabile che sia, l'antiamericanismo è ben poca cosa a fronte dell'anti europeismo che caratterizza la politica dei Bush, dei Rumsfeld e dei Cheney. Sono stati scritti volumi su questa "policy of the estrangement", su questa più o meno deliberata direttiva dell'estraniazione dei valori della potenza planetaria da quelli della vecchia Europa e un minus habens ci ha imbastito sopra la bislacca teoria dell'opposta provenienza dai pianeti Marte e Venere. C'é naturalmente chi ignora questa dura realtà, ma nel convegno ateniese è stato accolto da ironici sorrisi quando non è stato del tutto ignorato ed emarginato.

E' motivo di profonda mestizia parlare del caso italiano, analizzarlo con un minimo di serietà, sfrondandolo anche degli aspetti folcloristici che accompagnano i comportamenti del Presidente del Consiglio e, ahimé, anche del centro sinistra. E' una mestizia ingenerata da sgomenti interrogativi: è mai possibile che alla Farnesina non operi qualche consulente in grado di informare Berlusconi degli umori e degli orientamenti dei maggiori dirigenti europei o dell'arroganza e dell'unilateralismo di quelli statunitensi? E' possibile che un Presidente della Repubblica e gli alti comandi militari diano il loro benestare all'invio di truppe italiane in un paese ostile ed esasperato, ad un'avventura camuffata come umanitaria che farà impallidire la memoria di quella somala? E' mai possibile che iniziative del genere, apparentemente imitate dalla sola Albania vengano prese senza alcuna considerazione del ruolo dell'Europa e dell'Onu da una capo di governo che vuole esercitare un ruolo di primo piano nel prossimo semestre dell'Unione?

Sì, è possibile, perché i denigratori del nostro paese ci ricordano che Italia vuol dire: "Terra dei vitelli".