29 marzo 2003

Tutto da rifare
per il
genio della guerra

di Lucio Manisco

Si narra al Pentagono che il 7 febbraio scorso il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, abbia respinto per l’ennesima e ultima volta la richiesta avanzata dal generale Tommy Franks di due altre divisioni "pesanti", la prima di cavalleria del Texas e la prima corazzata di stanza in Germania. Si narra, sempre sulle rive del Potomac, che la notte prima Rumsfeld abbia trascorso molte ore a riesaminare davanti a una "consolle" carica di computers e di schermi fluorescenti, l’apparato militare predisposto da un anno sullo scacchiere mediorientale, i dati aggiornati della Cia, della Nsa e degli altri servizi sul dispositivo difensivo iracheno, sul profilo psico-patologico di Saddam Hussein e dei suoi accoliti. Si narra infine che dopo una lunga telefonata nelle prime ore del giorno al vice-presidente Dick Cheney, non sia più riuscito a dormire tanto era "elettrizzato" dalla riconferma della genialità dei suoi piani di guerra: una guerra che non era stata mai vista prima, innovativa, fulminante, di breve durata, articolata su sorprese ad altissima tecnologia, su incursioni di forze speciali, su avanzate travolgenti di carri Abrahams, su bombardamenti aerei e attacchi missilistici dei più chirurgici. Nei giorni seguenti, ogni qualvolta riusciva a distogliere l’attenzione del presidente Bush dai film di Chuck Norris, gli aveva comunicato il suo entusiasmo con frasi come «si tratta di paralizzare il corpo del serpente per poi tagliargli la testa o viceversa» ovvero «basterà un colpo secco all’uovo e l’intero guscio andrà in pezzi». Le cose non sono andate così: in dieci giorni di campagna militare il serpente si è dimostrato più insidioso e scattante che mai e l’uovo evidenzia qualche crepa ma non ha perduto tuorlo ed albume.

I generali del Pentagono tracciano improbabili quanto irriverenti analogie tra Rommel, "volpe del deserto", e Rumsfeld "cavallo pazzo" del Tigri e dell’Eufrate: il primo nella sua avanzata dirompente verso Alessandria e il secondo in quella velocissima verso Baghdad hanno trascurato le lunghe linee di rifornimenti lasciate alle spalle, linee che sessant’anni fa vennero spezzettate dagli attacchi della Royal Air Force e che oggi vengono attaccate giorno e notte dai reparti regolari e irregolari iracheni operanti dalle città, non espugnate per non perdere tempo. Saranno necessarie cinque settimane per far arrivare in Iraq le due unità richieste invano da Tommy Franks e almeno quindici giorni per la quarta divisione di fanteria i cui mezzi corazzati e da trasporto stanno per arrivare dalle coste della Turchia al Kuwait. Queste forze che con i loro supporti logistici ammontano a centomila uomini, non bastano di certo - proclamano i generali americani vecchio stampo, quelli che avendo fatto altre guerre a differenza di Rumsfeld & Co., hanno improvvisamente riacquistato voce in capitolo: ordini di pre-mobilitazione sono stati impartiti ad altre unità dall’una all’altra costa del continente americano. Nel frattempo le colonne corazzate nei pressi di Baghdad verranno impiegate in una "holding action", in un’azione più statica, di contenimento, per permettere il rafforzamento delle linee di comunicazione e di rifornimento; ai Royal Marines di Sua Maestà britannica spetterà, malgrado le proteste di Blair, l’ingrato e sanguinoso compito di neutralizzare le più pericolose delle cittadelle non occupate nel Sud. Aumenteranno i bombardamenti aerei e missilistici, il fuoco martellante delle artiglierie pesanti sui centri abitati, i massacri delle popolazioni inermi.

«Non è cambiato niente - insiste ogni giorno Donald "cavallo pazzo" Rumsfeld - la nostra strategia è stata sempre impostata sulla flessibilità, nessuno ha mai detto che la guerra sarebbe durata pochi giorni». Lo aveva detto il vice-presidente Cheney nell’intervista concessa alla rete televisiva "Abc" il 16 di marzo: «Tutt’al più si tratterà di qualche settimana, forse meno a mio parere».

Ecco perché da qualche giorno a questa parte si fa un gran parlare della necessità di «win over the hearts and minds», di conquistare i cuori e le menti degli iracheni diffidenti ed oppressi, con gli aiuti umanitari, i sorrisi agli invasori, i volantini che piovono dal cielo.

Tornano i termini da incubo della guerra del Vietnam, quando «the best and the brightest», i migliori e i più intelligenti dell’intera nazione, pianificarono una guerra breve poi costata in nove anni due milioni di morti tra abitanti del Sud-est asiatico e 55 mila tra i 500 mila militari Usa nelle giungle e negli acquitrini del Mekong. Il cosiddetto fronte interno ancora regge, ma abbiamo sentito per la prima volta alla televisione un afro-americano della Georgia pronunziare con aria cupa la frase: «I wish victory to my brothers», auguro vittoria ai miei fratelli. L’intervistatore non ha spiegato che i fratelli non erano certo gli uomini del settimo cavalleria fermi davanti a Najaf.