2 aprile 2003

QUARANTA GRADI DI PAURA
UN VICERE' USA PER L'IRAQ

di Lucio Manisco

 

"Il famoso Duca di York
comandava 10.000 uomini.
Li faceva marciare su per la collina
e poi li faceva scendere di nuovo.
Quando erano su, erano su,
quando erano giù, erano giù,
e quando erano solo a metà strada
non erano certo su e tantomeno giù".

 

Se non fosse per le circostanze tragiche dell'Iraq, la filastrocca dei bambini inglesi sull'inanità delle guerre e sulla confusione di chi le conduce potrebbe trovare calzanti riscontri a Bagdad e dintorni.

Sbarramenti di fuoco, grandi movimenti di truppe corazzate, nel giro di pochi giorni una capitale cinta d'assedio e poi? Poi il generale Tommy Franks, novello Duca di York, non saprà cosa fare. Può solo sperare che una bomba intelligente o stupida decapiti il regime del sanguinario dittatore, ma una cosa è certa: non invierà i suoi marines, le sue forze speciali, i suoi carri armati Abrahams, a combattere casa per casa e strada per strada in un centro urbano che conta cinque milioni di abitanti e che si estende su un'area più grande di quella di Roma. Se la resistenza degli sciiti, notoriamente ostili al regime, blocca da dieci giorni a Bassora trentamila soldati britannici, è legittimo dare per certa una più aspra resistenza degli abitanti sunniti di Bagdad, che non passano certo per oppositori di Saddam e che presteranno man forte alla guardia repubblicana e ai feddayyn del dittatore. Il generale texano, abbiamo appreso ieri notte dalla CNN, ha ricevuto l'ok per marciare nella metropoli "quando vorrà". Per l'appunto, quando? Dopo quante settimane di devastanti bombardamenti aerei e di "ammorbidimento" della resistenza, che poi vuol dire solo una sequenza crescente di massacri tra militari e civili? E c'è un altro problema che incombe su ogni altra decisione dell'esercito invasore: la "finestra metereologica" si sta rapidamente chiudendo: tra aprile e maggio la temperatura supererà i trentasei gradi, tra giugno e luglio i quarantatré gradi, con l'accompagnamento di tempeste di sabbia che, come è già accaduto, azzereranno la visibilità, ostacoleranno i movimenti delle colonne motorizzate e favoriranno i difensori regolari e irregolari della città. E' questo l'incubo che aveva indotto il Segretario alla Difesa Rumsfeld e i suoi cervelloni della nuova strategia ad accelerare i tempi dell'invasione che grazie al piano "choc e sgomento" avrebbe dovuto portare entro pochi giorni al crollo del regime.

Si va avanti così verso una campagna d'estate, con l'avvicendamento di soldati in tute leggere, condizionatori d'aria nelle tende, psicofarmaci contro la calura ed amenità del genere. Il che non ha impedito allo stesso Segretario della Difesa e ai suoi collaboratori di decidere sul dopo-Saddam: è un dopo-Saddam da far rizzare i capelli in testa al fedele alleato britannico e a tutti coloro entro e fuori gli Stati Uniti che pensano ad un ruolo delle Nazioni Unite. Il nuovo regime è stato già configurato dal vice-Segretario alla Difesa Paul Wolfowitz in tutti suoi aspetti di amministrazione militare: ventitré ministeri diretti da personale statunitense, tutti sotto l'autorità di un viceré, governatore o sceriffo, il generale in congedo Jay Garner che nominerà a sua volta un gruppo di consulenti iracheni della cosiddetta opposizione in esilio. Primo consigliere il banchiere Ahmed Chalabi, già condannato per frode aggravata da un tribunale giorgiano. Ma è la scelta del generale Garner quella che desta maggiore perplessità: legato a filo doppio ai Rumsfeld, Wolfowitz e Cheney, dopo il congedo si è lanciato nel mondo degli affari, più esattamente in quello degli armamenti ad alta tecnologia, come quelli connessi con il sistema spaziale anti-missilistico e con lo sviluppo dei nuovi Patriot presentemente impiegati in Iraq e in Israele. Spetterà a lui assegnare gli appalti per la cosiddetta ricostruzione dell'Iraq (dei primi novecento milioni di dollari stanziati, la metà sono già andati a compagnie quali la "Halliburton" e la "Bechtel", legate a filo doppio al vice-presidente Cheney e ad altri esponenti dell'amministrazione Bush). I cosiddetti piani di ricostruzione del paese prevedono altri stanziamenti per ventotto miliardi di dollari e affari d'oro per le compagnie statunitensi: saranno i profitti del petrolio iracheno "privatizzato" a finanziare questi colossali appalti entro i prossimi dieci - quindici anni. Si comprende ora perché i primi obiettivi delle forze di invasione siano stati i giacimenti di greggio nel Sud del paese. Si trattava - come ha più volte ripetuto il Presidente Bush - di salvare dalla distruzione dell'incendiario Saddam "questa ricchezza che appartiene unicamente al popolo dell'Iraq". Sembra che il generale a riposo Jay Garner abbia un'idea sostanzialmente diversa della proprietà di questa ricchezza.