3 agosto 2008

CONSIDERAZIONI INATTUALI   3

P.R.C. 1991-2008: Nihil nisi bonum.  

di Lucio Manisco

Nichi Vendola e Paolo Ferrero, persone dabbene, honorable men, fino allo scorso aprile ben voluti da quasi tutti al di là delle correnti, degli schieramenti politici, delle responsabilità per la debacle elettorale. Poi a Chianciano (partito sano? Partito nano?) sono stati costretti ad assumere ruoli sgradevoli che si addicevano loro come sugli occhi gli orzaioli. Lo sconfitto ha gettato alle ortiche

l’eloquenza poetica, mistico-crepuscolare, che aveva contraddisitinto ogni suo intervento a Montecitorio prima e nella trionfale campagna elettorale pugliese poi: la sua invettiva contro il vincitore ha ricordato agli storici per aggressività e virulenza quella di papa Lucio III a Verona contro lo scomunicato Pierre De Vaux. Paolo Ferrero, di quest’ultimo fervente seguace, ha dimesso il “vestito di lana”, ha calzato “i piedi nudi” con scarponi da montanaro e non ha seguito più “nudo il Cristo nudo” nel tentativo pur sempre sommesso e mite di dimostrarsi capace di dirigere un partito che non c’è, già in rapido disfacimento dai tempi del Congresso di Venezia e poi azzerato dal governismo bertinottiano. Solo dei mass media faziosi, disinformati e compiaciuti come i vermi sulle carcasse putrefatte della Potemkin, possono arrivare a definire il Ferrero “un dinosauro nostalgico dei kolkozh e dei soviet”, un “estremista ignaro dei mutamenti della società italiana”. Solo gli stessi mass media possono attribuire nobiltà di ideali progressisti  e moderni alla campagna dei “famigli” dell’ex-segretario, applaudito a Chianciano come prescritto da alcuni riti all’uscita dalle chiese. E non c’è stata alcuna resa dei conti in questo congresso, non c’è stata nessuna analisi critica, razionale della precedente gestione fallimentare del partito, delle ragioni della disfatta: solo qualche menzione superficiale e per titoli di queste ragioni, come quella di Alfio Nicotra sul singolare ruolo del quotidiano del PRC prima e durante la campagna elettorale, una menzione per cui lo stesso Nicotra è stato poi costretto a chiedere scusa in quanto egli non “intendeva arrecare offesa” alla memoria dello scomparso Ivan Bonfanti.

Bonfanti, per noi un amico e un fratello, è stato un buon giornalista, un uomo generoso, di straordinaria intelligenza, distante milioni di anni luce dalla gestione del giornale e del partito: la strumentalizzazione politica della sua improvvisa scomparsa, prima e durante il congresso, è stata riprovevole per non ricorrere a termini più pesanti.

L’inanità del dibattito di Chianciano, dei tentativi di “rilanciare” con formule velleitarie e diametralmente opposte un partito che ha perduto non solo la sua base ma le ragioni del suo essere è motivo di profonda mestizia oltretutto in quanto le ragioni sottaciute del dissenso concernono unicamente il futuro dei suoi dirigenti passati e presenti: i finanziamenti che verranno meno con la fine del mandato più o meno imminente di più di 3.000 consiglieri e amministratori locali, quelli del giornale tagliati dalla legge liberticida sulla stampa varata dal governo Berlusconi e poi le risse e lo scorrimento di sangue che accompagneranno la selezione dei candidati alle prossime elezioni europee. Conosciamo personalmente sette candidati, privati dei seggi a Montecitorio, ai quali sono stati promessi i meglio retribuiti seggi di Bruxelles e Strasburgo, quando – sbarramenti o meno – il rischio reale è che nessuno venga eletto. Destino cinico e baro?