ITALIA-USA

SOTTACIUTI I SOTTACETI

di Lucio Manisco

 

“L’amministrazione Bush – ha scritto William Pfaff sulla New York Review of Books del 15 gennaio – persegue l’immenso, sedicente progetto di porre fine alla tirannia nel mondo intero mediante attacchi preventivi, unilaterali e in violazione del diritto internazionale contro altri paesi; questi attacchi sono accompagnati da incarcerazioni arbitrarie, dalla pratica della tortura e dalla pretesa secondo cui gli Stati Uniti sono investiti di uno status di eccezionalità nei confronti di tutte le altre nazioni che conferisce ad essi speciali responsabilità internazionali ed eccezionali privilegi nell’espletarle”.

Se questo assioma imperiale e la sua prassi vengono accettati, e dopo il 9/11 sono stati accettati senza riserve da governi come quello italiano, non ha alcun senso parlare di “irritualità” e di “interferenza” a proposito dell’invito dell’ambasciatore statunitense Spogli e di qualche altro suo collega europeo al popolo italiano a non esitare con il suo contingente militare nel “garantire condizioni di sicurezza” in Afganistan, nel “condividere le responsabilità” con gli alleati, nell’osservare gli accordi quinquennali dello “Afganistan Compact” di Londra e gli impegni assunti “al vertice della NATO a Riga”, in altri termini a versare il sangue dei nostri soldati sui campi di battaglia oggi contro i Talebani ed eventualmente domani su quelli di una programmata grande guerra mediorientale.

E’ probabile che il signor Spogli nei suoi rapporti allo “Italian Desk” del Dipartimento di Stato abbia sopravvalutato la sempre più evanescente opposizione della sinistra parlamentare al rifinanziamento della nostra missione. E’pressoché certo che la signora Condoleeza Rice nell’autorizzare l’iniziativa dell’Ambasciatore a Roma abbia voluto informare l’opinione pubblica italiana che l’idea di una  conferenza di pace, quella di un incremento dei compiti civili della nostra presenza militare o l’altra del suo parziale non coinvolgimento in combattimenti veri e propri sono vere e proprie balle del governo Prodi e che in base agli impegni già presi un nostro contributo di sangue sia inevitabile per “porre fine alla tirannia” in Afganistan, in Medio Oriente e nel mondo intero. A quanto risulta dalle dichiarazioni dei suoi più autorevoli esponenti la destra italiana si trova d’accordo con il Segretario di Stato USA e si prepara già agli inevitabili “momenti di cordoglio” che precludano “polemiche di politica interna”.

L’Italia deve dunque prepararsi ad entrare in una guerra pianificata dal Grande Impero d’Occidente e contraria ai nostri interessi come ha sostenuto tempo fa su La Repubblica anche Lucio Caracciolo che non è certo un politologo anti-americano o di sinistra.

Quelli che più preoccupano non sono i vaniloqui del Ministro alla Difesa Arturo Parisi su presunti impegni NATO mai identificati con date e articoli del Patto Atlantico, bensì i silenzi dei nostri generali sull’inadeguatezza, la carente mobilità e l’inesistente copertura aerea del nostro contingente in Afganistan. Parlano invece, e come parlano, i generali degli altri paesi a partire dall’americano Dan K. Mc Neill che domenica ha assunto il comando dei 35.000 militari della NATO in Afganistan e che si accinge a radere al suolo con massicci bombardamenti aerei la città di Musa, Kalaqla occupata otto giorni fa dai Talebani. Il 4 febbraio ha chiesto agli alleati un maggiore contributo militare, altri mezzi corazzati, elicotteri da combattimento e cacciabombardieri (la Germania si accinge ad inviare otto tornadoes): il tutto per far fronte ad un’offensiva che non è stata interrotta dalla consueta tregua invernale e che si estenderà all’inizio della primavera dal sud all’est e che quasi certamente assumerà tutti gli aspetti di un’insurrezione generale nell’intero paese. Il suo predecessore britannico, generale David Richards, nella cerimonia del passaggio delle consegne ha previsto anche lui un dilagare della violenze in tutto il paese e gli hanno fatto eco con dichiarazioni rese alla Reuters i comandanti talebani con la promessa a tutte le truppe straniere presenti in Afganistan di un “anno di sangue” ben più esteso di quello seguito all’attacco americano del 2002-2003.

L’imminente divampare del conflitto viene dibattuto ogni settimana ai Comuni di Londra, nei Parlamenti dell’Aia e di Ottawa, le capitali dei tre paesi che hanno sostenuto finora il maggiore sforzo bellico nel paese. Così come ne parlano ogni giorno la stampa e le televisioni non solo britanniche, olandesi e canadesi ma anche quelle degli altri paesi europei. Se ne parla poco o non se ne parla affatto in Italia dove il tema dominante è solo quello della chiusura degli stadi.

Così come si preferisce ignorare il dibattito in corso all’estero sull’Iran come soluzione finale dei problemi dell’amministrazione Bush. “Iran: guerra sbagliata momento sbagliato” è il titolo dell’editoriale del 7 febbraio sul New York Times. “I neocons non hanno imparato nulla da cinque anni di catastrofi” è il commento a tutta pagina del Guardian. Una grande guerra mediorientale appare così inevitabile e l’Italia appena sfiorata da un dibattito sottaciuto e sottaceto si appresta senza saperlo a scendere all’inferno.