2 febbraio 2007

L’IRAN, L’ELEFANTE E I SUOI DIPENDENTI

di Lucio Manisco

 

  Come comportarsi in difesa degli interessi nazionali, degli equilibri internazionali e della  pace di fronte allo strapotere ed all’aggressività degli Stati Uniti d’America è stato un tema ricorrente dell’ultimo mezzo secolo in tutto il mondo occidentale. E’ stato anche l’oggetto  di battute più o meno benevole come quella del Primo ministro canadese Pierre Trudeau: “Per il Canada – ebbe a dire negli anni sessanta – è come dormire con un elefante: anche se animato da buone intenzioni se nel sonno si muove ti schiaccia”. L’analogia con l’elefante e anche con chi da esso vuole dipendere è stata rievocata in disdicevoli termini scatologici  da Michael Mandelbaum dell’Università John Hopkins: gli Stati Uniti ormai dominano il mondo intero così come l’elefante domina la savana africana – ha osservato recentemente l’illustre politologo – il grande pachiderma erbivoro tiene a bada le bestie feroci ed al tempo stesso alimenta una gran varietà di creature, insetti, uccelli e piccoli mammiferi, ingerendo e digerendo ingenti quantità di erba e di vegetazione di altro tipo. Tutti dovrebbero pertanto sapere che il pachiderma non è un animale da preda, che assicura stabilità e che contribuisce all’alimentazione di chi ha il buon senso di seguirlo.

L’analogia potrebbe apparire calzante al di là del suo corollario coprofago se non venisse almeno in parte smentita da nozioni zoologiche: il prof. Mandelbaum dovrebbe essere a conoscenza che l’elephas africanus più spesso che volentieri devasta raccolti, distrugge abitazioni e villaggi e poi non di rado impazzisce con conseguenze letali per chi lo segua troppo da vicino.

La tesi secondo cui l’amministrazione Bush, un’amministrazione eccezionalmente carnivora, darebbe prova di vera e propria pazzia come il pachiderma vegetariano, se cercasse di uscire dagli insanguinati pantani iracheno e afgano attaccando l’Iran viene sostenuta più in Europa che negli Stati Uniti da chi ha giurato eterna, cieca fedeltà alla guida mondiale della superpotenza. Viene fatto notare che la popolarità del Presidente è in caduta libera, che l’opposizione al surge di 21.500 militari statunitensi a Bagdad e nella provincia Anbar ha mobilitato non solo l’opinione pubblica nazionale ma anche il nuovo congresso a maggioranza democratica e che comunque la escalation in corso, anche se di modeste dimensioni in Iraq e più consistente in Afganistan grazie al crescente contributo Nato, potrebbe essere coronata da successi più o meno duraturi sui campi di battaglia.

I fatti purtroppo contraddicono tesi del genere: la massiccia mobilitazione aeronavale nel Golfo Persico, nell’Oceano Indiano e nel Mediterraneo raggiungerà massa critica e un punto di non ritorno entro il mese di aprile in osservanza del motto del Pentagono “use them or loose them”, “impiegare le forze o perderle”. L’opposizione democratica nel congresso si va dimostrando sempre più retorica ed evanescente e malgrado la credibilità zero dell’amministrazione un nuovo incidente del Tonchino che coinvolga Israele e la necessità di difendere questo paese da ipotetiche minacce nucleari iraniane ribalterebbe gli orientamenti dell’opinione pubblica soprattutto se l’impiego delle forze aeronavali e di bombe convenzionali e non convenzionali non dovesse includere forze di terra. Una grande guerra mediorientale dunque nella visione apocalittica del “manifest destiny” che i theocons hanno portato all’ennesima potenza.

Il pachiderma statunitense sembra dunque impazzito ed il problema è come contenerne la furia devastatrice cambiando alimentazione e dieta.