Liberazione, 4 aprile 2002

  L'inazione è connivenza

di Lucio Manisco

Che fare? Respingere innanzitutto l'ingiuriosa equazione-identificazione tra "antisharonismo" e antisemitismo, tra critica risoluta, incisiva del brutale operato militare del presente governo israeliano e negazione del diritto alla sicurezza del suo popolo, tra sostegno alla lotta per l'indipendenza palestinese e un'improponibile approvazione dei massacri terroristici di civili a Netanya e Haifa. Perché se non si respingono queste accuse la risposta è il non far nulla, è la paralisi delle coscienze, è un'inazione foriera di catastrofi più sanguinose ed estese di quella a cui stiamo assistendo in questi giorni in Medioriente.

Che fare? Non dissolvere nell'acido dell'amnesia storica le cause e le responsabilità più immediate della tragedia che stiamo vivendo; perché così facendo non troveremo mai quei consensi su un intervento internazionale che è l'unico atto a fermare i massacri, a gettare le basi durature di due stati e due popoli, vincolati nel reciproco interesse ad una convivenza di pace. Tra le cause, aver creduto che le effimere anche se bene intenzionate soluzioni proposte da Oslo potessero essere imposte all'autorità palestinese, ovvero che il governo israeliano intendesse veramente smantellare senza pressioni esterne 200 insediamenti coloniali nei territori occupati - questi ultimi da restituire come un pezzo di groviera ad uno stato non contiguo, indipendente di nome e non di fatto. Tra le responsabilità gravi, gravissime, quelle di un'amministrazione americana che ha permesso, se non incoraggiato, il governo dell'uomo di Sabra e Chatila a reagire alla seconda Intifada delle pietre e dei colpi di fucile con il terrorismo bellico degli "F16" e degli "Apache" contro le città ed i campi di rifugiati palestinesi, primo passo verso la rioccupazione dei territori e l'internamento di migliaia e migliaia di potenziali combattenti ed oggi dei colpi di cannone contro i luoghi sacri del cristianesimo e dell'Islam.

Già, e di nuovo, le responsabilità dell'amministrazione statunitense. Romano Prodi ha invocato un intervento più allargato dell'intera comunità internazionale dopo il "fallimento" dei tentativi di mediazione americana. Quali tentativi? L'invio a più riprese di un anziano marine in congedo, il generale Antony Zinni, privo di esperienza diplomatica e in sintonia militaresca con il collega israeliano? Ovvero le esortazioni intermittenti di un altro generale etichettato "colomba", Colin Powell, da tempo emarginato e azzerato al dipartimento di stato da un segretario alla difesa e da un vice presidente, schierati l'uno e l'altro con Ariel Sharon, in nome della crociata o guerra permanente dell'Impero contro il terrorismo internazionale?

E' proprio in questi due personaggi - lasciamo perdere per palesi motivi il presidente Usa - che il "che fare" da parte dell'Europa potrà trovare una risposta, sempre che ci siano l'intenzione e la volontà di far pesare un dissenso politico non limitato alle contromisure economiche e mercantili come sul caso dell'acciaio. Rumsfield, Cheney e lo stesso congresso Usa dovrebbero essere indotti da un'Unione europea cosciente di una forza economica e politica mai finora esercitata, a misurare le conseguenze negative di un prolungato appoggio all'avamposto militare dell'impero in Medioriente sulla Nato e sul futuro dei rapporti transatlantici; potrebbero, dovrebbero essere indotti, negli stessi interessi strategici degli Stati Uniti e di una reale sicurezza di Israele, a sospendere temporaneamente quel ponte aereo posto in atto dalle basi tedesche ed italiane che alimenta di armamenti pesanti l'esercito di occupazione israeliano. E Bruxelles dovrebbe, potrebbe sospendere temporaneamente l'associazione dello stato di Israele all'Unione europea e tutti i programmi e i consorzi industriali a finanziamento comunitario - non ultimo quello sulla costruzione di velivoli militari senza pilota - da cui Israele trae vantaggi esclusivamente bellici.

Né si comprende perché Bruxelles non possa perseguire, o minacciare di perseguire nei tribunali internazionali un risarcimento adeguato per le devastazioni degli impianti civili in Palestina finanziati con miliardi di euro. E accompagnare e sostenere con queste ed altre legittime contromisure la proposta non più velleitaria di una grande, vera, risolutiva conferenza di pace sul Medioriente.

«Last, but not least» il Consiglio, la Commissione e il Parlamento europeo potrebbero e dovrebbero varare immediatamente un programma coordinato ed efficace per colpire ed eliminare risolutamente la lebbra dell'antisemitismo che dalla Francia minaccia nuovamente di contagiare l'intero vecchio continente.