Liberazione, 25 aprile 2002

Parla Lucio Manisco di ritorno dalla Cisgiordania

Jenin, "ground zero" della Palestina

intervista di Simonetta Cossu

«L'immagine di Jenin resterà a lungo nei miei occhi». Lucio Manisco eurodeputato è appena rientrato a Bruxelles da Gerusalemme dove insieme ad una delegazione del Parlamento europeo ha visitato la Cisgiordania, e ci racconta quello che visto.

Quali erano gli obbiettivi della vostra delegazione e da chi era composta?

Eravamo 19 deputati di sei gruppi politici, tra questi oltre ai rappresentanti della Sinistra unificata, vi erano due socialisti, un conservatore britannico, due liberali, due verdi e uno rappresentante della destra. Abbiamo avuto contatti con diversi rappresentanti palestinesi, ma anche il presidente del parlamento del israeliano Abraham Burg, che aveva fama di essere un pacifista.

Quale è la situazione che avete trovato?

E' molto difficile evitare parole dure, crude per descrivere quello che abbiamo visto. Ed è altrettanto difficile mantenere un atteggimaneto di distacco e di equidistanza tra le dichiarazioni ufficiali del governo Sharon e le angosciate e rabbiose invettive della gente di Palestina, soprattutto quelle di Jenin.

Cosa avete trovato a Jenin?

Come dicevo è difficile non usare parole dure. Jenin può essere definito il "ground zero" (il punto zero) del terrorismo di stato alla Sharon. Al centro del campo profughi c'è un grande buco, una grande distesa vuota. Non è una piazza ma una massicciata di edifici altri tre, quattro piani distrutti a colpi di cannone. Questi enormi cumuli di macerie sono stati poi schiacciati e poi ricompattati con l'utilizzo dei buldozer. poi sono stati ricompressi dai carri armati che per farsi strada li hanno spianati. E' una desolazione totale, si vedono donne, bambini, vecchi che con le mani cercano tra le macerie.

Quale è la situazione sanitaria? Secondo molte agenzie ci sono ancora corpi sotto le macerie. Per gli israeliani poche decine, per i palestinesi almeno 500...

Abbiamo raccolto testimonianze di persone che stanno ancora scavando in quelle macerie. E' comprensibile una certa esagerazione nei loro numeri, ma è facilmente deducibile guardando quei cumuli di pietre che la sotto vi siano ancora numerosi cadaveri. E quando, come, e se mai arriverà una missione ricognitiva dell'Onu, è chiaro che dovrà portarsi appresso escavatrici grosse e pesanti come quelle impiegati al "ground zero" di Manhattan. Riscavare la sotto sarà molto difficile...

Cosa rimane delle infrastrutture che c'erano nel campo profughi?

Abbiamo potuto vedere l'ospedale e abbiamo visto numerosi feriti. Tra questi vi era un bambino di 7 anni. Purtroppo per l'esperienza che ho di altre guerre temo, malgrado un certo ottimismo dei medici, che nel momento in cui ti parlo quel bambino non ci sia più: gli avevano amputato entrambe le gambe, il viso era una maschera di sangue... L'ospedale charamente è in estrema difficoltà. Era un piccolo centro che serviva per assistere la popolazione del campo profughi, ora si trova a dover far fronte ad un vero proprio campo di guerra con mezzi assolutamente assenti e inadatti.

Ma quale è secondo te il disegno di Israele?

La migliore delle ipotesi è che Sharon non abbia un disegno molto preciso, a parte quello di porre fine agli attacchi dei kamikaze. Ma purtroppo quella che sembra più plausibile, evidente agli occhi di chiunque abbia visitato la Cisgiordania occupata, è che ci sia l'intenzione, la pianificazione di una distruzione totale di tutte le strutture della società civile palestinese. L'intenzione è evidente quella di decapitare l'Autorità nazionale palestinese. L'obbiettivo spezzettare la Palestina in piccole isole con finte autonomie locali, circondate da fili spinati, e poi per isolare Israele costruire su quello che era l'antico confine del 1967 un muro, una specie di Maginot. Di fatto non si vuole concedere alcuna possibiltà di sopravvivenza organizzata alla popolazione palestinese. Il progetto è utilizzare i ceti più disperati e remissivi come forza lavoro a basso costo, e spingere gli altri fuori, costringerli all'emigrazione.

Ma dove potrebbero andare?

E' un progetto folle. La Giordania ha già detto che non li vuole. L'Egitto pure. Se non si può parlare di veri e propri massacri da parte dell'esercito israeliano, si può sicuramente dire che è in atto un tentativo di annientare, azzerrare una entità etnica, autonoma, culturale e religiosa palestinese. Dove tutto questo possa portare non si capisce molto bene.

Ne avete parlato con qualche rappresentante israeliano?

Si abbiamo affrontato il problema con il presidente della Knesset Burg. E' stato un colloquio esasperante. Ha sostenuto il piano saudita, ma ha anche detto che occorrono aggiustamenti, per poi dire che tutto dovrà essere al centro di un lungo e difficile negoziato. La politica israeliana ha sempre perseguito questa strategia: lanciare la trattativa per la pace, ma contemporaneamente agire sul livello militare inasprendo sempre più la situazione. Ad esempio prosegue senza sosta la politica degli insediamenti. Sono visibili dapperttutto, localmente non producono nulla, sono dei veri e propri avamposti di occupazione coloniale.

Le istituzioni internazionali sono impotenti. L'ultimo schiaffo è all'Onu. L'Europa non sta meglio...

C'è una durezza militare del governo di Sharon che dice al mondo siamo noi i più forti e possiamo fare quello ci pare. C'è questo senso di potenza, di essere al di sopra delle leggi internazionali. Il caso del rifiuto alla delegazione dell'Onu è palese. I membri scelti da Annan non sono sicuramente personalità anti israeliane, ma ora si apprende che per autorizzare questa delegazione Tel Aviv vuole mandare degli esperti antiterrorismo all'Onu per determinare i compiti della missione che dovrà, sempre secondo Israele, estendere le indagine anche al terrorismo palestinese, suicida e non. Sembra un po' strano che coloro che dovrebbero essere controllati pongono le condizioni ai controllori... Per quanto riguarda l'Europa molti palestinesi avevano accolto con fiducia il voto al Parlamento europeo della risoluzione che chiedeva tra l'altro la sospensione temporanea dell'associazione dello stato di Israele alla Comunità europea, in quanto, ci hanno detto, sarebbe stato un importante segnale. Naturalmente il Consiglio europeo che avrebbe dovuto approvarla l'ha respinta con il sostegno dei governi britannico, tedesco, del Benelux e della Danimarca. Ma intendiamo riproporre la stessa risoluzione in questi giorni. Tutti i rappresentanti di spicco europei hanno pubblicamente preso posizioni molto drastiche e di condanna per quanto accadeva, ma poi sul piano pratico hanno fatto marcia indietro, non vogliono irritare il grande burattinaio americano, il presidente Bush.

Una delle accuse è che essere contro Israele significa essere antisemiti. Cosa ne pensi?

Ho chiesto personalmente ad uno dei leader della Knesset: fino a quale limite si può arrivare nel criticare le operazioni di Sharon senza essere tacciati di antisemitismo? La sua risposta è stata: non è tanto che noi potessimo essere antisemiti, ma che eravamo coscientemente o incoscientemente responsabili di un clima culturale e politico che da via libera all'antisemitismo. E' una accusa infamante in quanto se c'è un collante al'interno delle istituzioni europee è proprio il rifiuto dell'antisemitismo e del razzismo. Se Israele taccia chiunque lo critichi di antisemitismo credo che si siano superati tutti i limiti. Non si può non urlare la propria protesta per quanto è successo a Jenin. Quanto accaduto non potrà essere tenuto nascosto: li si è perpretrato un atto di barbarie, una vendetta premeditata che non può essere definito come una conseguenza inevitabile di una guerra.

Provocatoriamente ti chiedo: non si potrebbero riconoscere lo stato della Palestina?

Sì. Per quanto riguardo l'Onu la cosa rischia di essere impossibile perchè è una decisione che deve essere assunta dal Consiglio di sicurezza dove vi sarebbe certamente il veto Usa. Mentre a livello europeo si può fare. Ne abbiamo parlato con i rappresentati palestinesi, occorre una dichiarazione di Arafat che costituisce lo stato della Palestina e in contemporanea una risoluzione europea. Lavoreremo per questo.