Liberazione, 20 aprile 2002

Una linea sulla sabbia 

di Lucio Manisco

I rappresentanti delle Nazioni Unite Terje Roed-Larsen e Peter Hansen hanno visto "l'orrore" dei massacri israeliani nel campo profughi di Jenin, il segretario generale dell'Onu Kofi Annan ha definito «orrenda» la situazione nei territori occupati invocando «l'intervento urgente di una forza internazionale», ma il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha elogiato il responsabile di quell'orrore e di quella situazione orrenda, il primo ministro di Israele Ariel Sharon, come "uomo di pace". Ha aggiunto che ha mantenuto gli impegni presi osservando le scadenze del ritiro delle truppe dalle città occupate in Cisgiordania. Ora spetterebbe a Yasser Arafat tradurre nei fatti la condanna del terrorismo. È il Grande Fratello di George Orwell: «La pace è guerra; la libertà è schiavitù; l'ignoranza è forza». Con un ritardo di 14 giorni sull'invito del Capo dell'Esecutivo Usa, l'uomo di Sabra e Shatila ha ritirato di poche centinaia di metri i carri armati da due dei centri palestinesi semidistrutti, ha mantenuto i blocchi militari su tutta la Cisgiordania, continua a tenere sotto il tiro delle sue artiglierie la chiesa della natività a Betlemme e quello che è rimasto del quartier generale di Arafat a Ramallah, ha esteso l'offensiva alla striscia di Gaza ammazzando una dozzina di civili a Raffah e anticipando di poche ore il giudizio negativo del Dipartimento di Stato americano, ha respinto seccamente l'idea di una forza internazionale in Palestina. E il Grande Fratello di orwelliana memoria continua a guardarci dagli schermi televisivi delle nostre case sull'una e sull'altra sponda dell'Atlantico. Le parole d'ordine sono: distacco da massacratori e massacrati, priorità assoluta alla condanna dei terroristi che si fanno saltare in aria ma grande comprensione per il terrorismo di Stato, riconoscimento del diritto di Israele all'autodifesa e tutt'al più qualche vago accenno alla possibilità che a Jenin i carri armati con la stella di David forse abbiano esagerato, che qualche ammazzatina avrebbero potuto evitarla, che a qualche autoambulanza della Croce Rossa o del Crescente Verde avrebbe potuto essere concesso di entrare per raccogliere almeno le dozzine di cadaveri in decomposizione. 

La pavida, criminosa connivenza dei mass media non è stata comunque sufficiente ad obnubilare la coscienza civile dell'opinione pubblica mondiale, forse con l'unica eccezione di quella negli Usa: sono bastate poche, atroci immagini televisive, le testimonianze di quei pacifisti e no-global europei che sono riusciti a raggiungere Ramallah, dei cinquecento obiettori di coscienza delle forze armate israeliane, il risentimento di molti cattolici per l'oltraggio portato alla culla del cristianesimo, le poche ma forti voci di dissenso nelle stesse comunità ebraiche per far crescere la richiesta di una inchiesta internazionale sugli eccidi, di una fine immediata all'offensiva scatenata dalla quinta o quarta potenza nucleare del mondo contro un popolo inerme che da più di tre decenni chiede  indipendenza e sovranità per una parte del suo territorio. 

Con una ventina di parlamentari europei torneremo lunedí prossimo in Palestina e se il signor Sharon ce lo permetterà cercheremo di portare la nostra solidarietà ai superstiti del campo di Jenin, per poi riferire quanto visto e quanto ascoltato all'Assemblea di Bruxelles, nel tentativo di scuotere dalla loro colpevole inerzia i vertici dell'Unione. 

Perché è ormai giunto il momento, secondo il vecchio adagio anglosassone, di "tracciare una linea sulla sabbia" di incoraggiare gli esitanti a prendere posizione, di dire che c'è un limite che non può più essere travalicato in servile ossequio al Grande Fratello e a un governo mediorientale alleato che tradisce gli interessi del suo stesso popolo.