ESSERE COMUNISTI (FEBBRAIO 2009)

 

L’INCERTO ESORDIO DI OBAMA

MARCO TULLIO CICERONE E I POTERI OSCURI USA

 

di Lucio Manisco, Bruxelles 23 gennaio 2009

 

 

 

Iperboliche, da Secondo Avvento, le celebrazioni e le attese che hanno accompagnato l’insediamento di Barack Hussein Obama alla Casa Bianca. Spasmodica, fantasmagorica la mobilitazione dei mass media che per quattro giorni hanno spazzato sotto il tappeto la macelleria di Gaza, le corresponsabilità degli Stati Uniti per i crimini di guerra perpetrati dallo stato di Israele, gli incerti quanto allarmanti esiti di una barbarica aggressione contro un milione e mezzo di civili palestinesi e ogni altro evento internazionale di una certa rilevanza. E poi, dopo un discorso inaugurale eloquente, misurato e sostanzialmente positivo, la prima settimana dei famosi cento giorni del neo-presidente che non passerà certo alla storia per il coraggio, l’innovazione e il decisionismo dei suoi decreti esecutivi volti unicamente a cancellare i più ignobili ed incostituzionali interventi della precedente amministrazione: Obama ha ordinato la sospensione dei processi extra-territoriali ed extragiudiziari di tribunali militari ad hoc a carico di una mezza dozzina di cosiddetti terroristi, la chiusura non immediata ma entro undici mesi del lager di Guantanamo peraltro già preannunziata lo scorso anno da George W. Bush, l’editto contro la tortura per estrarre confessioni dai detenuti, la grazia ad un condannato ed altre misure minori che normalmente vengono relegate a pagina 38 del New York Times.

Ha trascorso molte ore al telefono consultandosi tra gli altri con il presidente screditato dell’autorità palestinesi, Abu Mazen, con il non meno screditato presidente egiziano Hosni Mubarak, con il premier israeliano Olmert che quasi certamente andrà a finire in galera per reati di corruzione dopo le elezioni di febbraio; tutti e tre hanno singolarmente e orgogliosamente proclamato di essere stati “il primo capo straniero contattato dal Capo dell’Esecutivo statunitense” ma sul contenuto di queste consultazioni bocche cucite perché molto probabilmente si è parlato del comune desiderio di pace tra interlocutori che, direttamente o indirettamente, prima o dopo il 27 dicembre scorso, avevano sostenuto de facto l’aggressione israeliana o l’avevano prolungata con inani e ipocrite iniziative diplomatiche. Due giorni dopo, comunque, ha pronunziato una dura invettiva contro i guerriglieri di Hamas, asserendo che vanno eliminati dalla scena politica palestinese.

Se si fa eccezione per le consultazioni con i suoi consiglieri economici, tutti clintoniani, nessuna iniziativa concreta è stata emanata dalla Casa Bianca in materia di crisi finanziaria e dell’economia reale che sta assumendo tutti gli aspetti del grande crash del ’29; nessun provvedimento sia pure preliminare per tradurre in realtà la promessa di creare tre milioni di posti di lavoro o di punire i banksters ( il termine è quello usato da F. D. Roosevelt per denunziare il gangsterismo dei banchieri degli anni trenta) responsabili della crisi dei nostri giorni.

Se andrà avanti di questo passo la luna di miele di Barack Obama diventerà luna di fiele prima dello scadere dei cento giorni.

Ogni giudizio del tutto negativo sul nuovo presidente sarebbe comunque improprio e prematuro pochi giorni dopo il suo insediamento. Opportuno quindi sottolineare gli aspetti positivi dei programmi sia pur generici da lui enunciati e quelli impliciti per aver posto fine all’incubo, alla pavor nocturna, che ha gravato per otto anni sugli Stati Uniti e sul mondo intero e che una vittoria di John McCain avrebbe prolungato. Il sollievo dell’opinione pubblica era fin troppo evidente lungo Pennsylvania Avenue e nella Mall di Washington il 20 gennaio: molti presenti hanno sventolato ironicamente i fazzoletti quando hanno visto l’elicottero che portava Dubya Bush alla base aerea di Andrews da dove ha proseguito per il suo ranch nel Texas dove potrà imparare finalmente ad andare in bicicletta, dormire dodici ore al giorno e vedere e rivedere i filmati televisivi della serie “Walker Texas Ranger” con Chuck Norris. Analoga soddisfazione dei presenti per la dipartita del principe delle tenebre, il vice-presidente Dick Cheney, vittima di un infortunio sul lavoro mentre impacchettava i suoi carteggi o probabilmente li bruciava. Quando è stato trasferito dalla sedia a rotelle nella limousine blindata gli hanno rivolto un caloroso “Ciao, ciao e non tornare da queste parti”.

Del discorso inaugurale e della sua efficacia ci occuperemo nel prosieguo di queste osservazioni, ma a parte il frequente ricorso alla mitologia giudaico-cristiana, del resto comune a tutti i Presidenti, qualcosa di buono il 44mo Capo dell’Esecutivo lo ha detto: ha ad esempio evocato il primato della scienza sul pregiudizio religioso e ideologico (alla cerimonia hanno brillato per la loro assenza le alte gerarchie della chiesa cattolica americana) ha incluso non credenti e cioè atei nel contesto di una tolleranza religiosa che tutti devono osservare (cosa inaudita finora nella repubblica stellata); ha parlato di un ormai inevitabile ritiro delle truppe dall’Iraq, anche se con sequenze temporali improntate a responsabilità (il che vuol dire che dopo i previsti sedici mesi lascerà dei ridotti contingenti delle forze armate U.S.A. su alcune basi permanenti e lontane dai centri abitati); ha infine stigmatizzato l’ingordigia e l’irresponsabilità di chi entro e fuori la precedente amministrazione aveva portato ad estremi senza precedenti la corruzione della vita pubblica (alle sue spalle il predecessore Bush ha fatto finta di non capire o più probabilmente non ha capito).

Non si può peraltro fare a meno di esternare alcuni punti di vista sottaciuti dalla pubblicistica corrente, che concernono i poteri reali di un capo dell’Esecutivo, poteri indubbiamente ampi, esercitati spesso al di fuori del mandato costituzionale e di quell’equilibrio tra legislativo, giudiziario ed esecutivo prescritto dagli statuti. Ma c’è qualcos’altro di molto oscuro e minaccioso che limiterà la libertà di azione del nuovo presidente come ha limitato fino a conseguenze drammatiche ed estreme quella di alcuni suoi predecessori. Anche se chi scrive nei trentotto anni trascorsi negli Stati Uniti ha sempre provato disagio a parlarne perché ogni prova è indiziaria  e ipotetica, è lecito chiedersi se esistano poteri paralleli e superiori a quelli di un presidente, addirittura una cupola, una “cabala” dalle configurazioni segrete e variabili i cui dettami devono essere strettamente osservati anche a rischio della stessa vita da chi siede nell’ufficio ovale della Casa Bianca. Ne parlò chiaramente Robert Kennedy alla vigilia del suo assassinio: “Ho scoperto qualcosa di cui nulla sapevo – confidò più volte ai suoi amici – Ho scoperto che il mio mondo fino a pochi anni fa non è stato il mondo reale”. Due libri di recente pubblicazione negli Stati Uniti hanno confermato questa ipotesi con sufficiente documentazione: “Brothers”, “Fratelli”, di David Talbot e “J.F.K., l’inenarrabile” di James W. Douglas. L’uno e l’altro si occupano esaurientemente  degli assassinii dei due Kennedy e partono dal presupposto che i loro esecutori non siano stati  individui fanatici o fuori di mente, bensì agenti di mandanti rimasti segreti. Le colpe di J.F.K. sarebbero state quelle di aver violato i vincolanti mandati dell’espansione del grande impero d’occidente con accordi con l’ex Unione Sovietica sulla sospensione degli esperimenti nucleari e sul disarmo del S.A.L.T.-1 e, dopo la crisi missilistica cubana, di aver promosso una politica di distensione e di pace con il regime moscovita. Persino lo scandalo del Watergate che portò alle dimissioni di Richard Nixon sarebbe stato gestito da questi presunti “poteri oscuri” che si erano opposti alle aperture del presidente nei confronti della Repubblica Popolare Cinese. La colpa di Robert Kennedy sarebbe stata quella di aver scoperto nell’anno che precedette la sua morte l’identità di chi aveva ordito l’assassinio del fratello.

Anche se si tratta di ipotesi più o meno credibili è presumibile che Barack Obama ne tenga conto ogni qual volta cada nella tentazione di uscire dal seminato e di trasgredire questi mandati ferrei della superpotenza, di ridurre ad esempio il costosissimo appoggio militare ed economico allo stato di Israele, di ridurre in termini più realistici la guerra al terrorismo, di limitare lo strapotere dell’apparato militare - industriale, di colpire fiscalmente i profitti abnormi- capital games e rendite del capitalismo U.S.A. e soprattutto di ridar vita a quelle direttive di emergenza socialdemocratiche dell’era rooseveltiana contro cui si sono accaniti tutti i presidenti a partire da Ronald Regan.

Torniamo ora al discorso inaugurale di Obama. Memore delle critiche rivolte alla magniloquenza dei suoi interventi prima e dopo la vittoria nelle primarie, Obama ha improntato a maggior sanitas, sobrietà, e gravitas la sua orazione. I termini latini sono d’obbligo perché l’oratoria  del neo-presidente segue alla lettera i dettami di Marco Tullio Cicerone nello “Orator” e in “De optimo genere oratorum”. A ventiquattro ore dalla cerimonia davanti al Campidoglio ha eliminato i voli retorici inseriti nel testo da Jon Favreau, il ventisettenne che dirige la squadra dei suoi speachwriters e, prendendo atto delle moltitudini accorse nella Mall di Washington e le centinaia di milioni di telespettatori in tutto il mondo, ha adottato criteri stilistici di accentuata simplicitas, senza per questo rinunziare agli efficaci espedienti dialettici del grande maestro dell’antichità: il tricolon, il periodo scandito su tre concetti come nell’esordio: “Sto qui davanti a voi, consapevole nell’umiltà del compito che ci attende, grato per la fiducia che mi avete accordato, memore dei sacrifici dei nostri avi”. Abbiamo contato ventidue tricolon nel discorso e poi altri espedienti ciceroniani come l’antonomasia, l’anaphora e l’epiphora. Il nostro non è uno sfoggio di cultura latina, altri hanno sottolineato i richiami di Barack Obama all’eloquenza di Marco Tullio Cicerone, dal prof. James Wood dell’Università di Harvard al vignettista politico Steve Bell che raffigura il Capo dell’Esecutivo avvolto in una toga romana.

Quanta differenza con il predecessore con la sua dislessia (“In Dog we trust”, “Bod gless America”), con le scansioni monosillabiche, con la povertà di linguaggio. Impietosi i paragoni con il dibattito politico in Italia, articolato su lazzi da osteria, insulti e grugniti.

Non sono solo gli studi di Obama ad Harvard e prima ancora in un eccellente liceo delle Hawaii ad influenzare il suo stile, bensì una chiara scelta politica: come Franklin Delano Roosevelt e John Fitzgerald Kennedy il neo-presidente ha compreso sin dal suo esordio nella legislatura statale dell’Illinois, poi nel senato degli Stati Uniti, nel discorso alla convenzione democratica del 2004 e infine nella sua tutt’altro che irresistibile ascesa ai vertici del potere esecutivo che l’eloquenza e cioè l’efficacia di una comunicativa diretta ed emotiva con il grosso pubblico era ed è un’arma formidabile per aggirare e superare pregiudizi razziali, anchilosi da status quo e ultraconservazione che rimangono anche dopo il 4 novembre i capisaldi della lotta politica negli Stati Uniti. Non va dimenticato che le nuove maggioranze democratiche nella Camera dei Rappresentanti e nel Senato sono di centro destra, più spesso che volentieri non distinguibili dalle minoranze repubblicane, e che hanno preannunziato l’intento di dar filo da torcere ad un cambiamento di direttive presidenziali volte a scalfire il predominio di quel capitalismo d’assalto e senza regole che ha portato gli Stati Uniti ed il mondo sull’orlo di un baratro economico senza fondo.

L’eloquenza di Barack Obama, quindi, come arma politica anche e soprattutto volta a sottolineare ad uso e consumo dell’opinione pubblica la gravità dei problemi a cui la nazione dovrà far fronte e la necessità di una improbabile catarsi morale che dovrebbe permettere il loro superamento. (Un po’ esagerata a dire il vero quella citazione per antonomasia delle parole di Thomas Paine lette da George Washington alle sue truppe sconfitte dagli eserciti inglesi nel gelo di Valley Forge).

Al di là delle parole e degli espedienti retorici un discorso abbastanza serio e positivo: ora si passa ai fatti e l’esordio dei primi giorni alla Casa Bianca non è stato dei più esaltanti.

Aggiungiamo la menzione di un oscuro filosofo greco di cui non abbiamo potuto verificare l’esistenza storica. Si chiamava Barocrates e divenne noto per il suo metodo pedagogico basato sulla postulazione di problemi complessi e difficili come questioni fondamentali e poi sull’evasione e omissione di ogni loro possibile soluzione.

Non è dato sapere se nei suoi studi universitari Barack Hussein Obama si sia imbattuto in questo filosofo e abbia tratto il dovuto monito dal suo insegnamento.