novembre 2008 "Galatea", mensile svizzero, Lugano.

 

OBAMA, MALA TEMPORA CURRUNT

 

di Lucio Manisco

 

"Go and enjoy yourself". "Ora va e divertiti" ha detto George W. Bush a Barack Obama nel congratularsi con lui per la vittoria elettorale. E' la battuta astiosa del bambino che rompe tutti i suoi giocattoli prima di invitare il compagno di classe a giocare a casa sua.

George W. Bush ha lasciato in eredità a Barack Obama un cumulo di macerie, un'economia a pezzi, un astronomico debito pubblico, due guerre e l'allarmante prospettiva di un ultimo suo intervento inconsulto prima di lasciare il 20 gennaio la bianca magione di Pennsylvania Avenue. Il senso di sollievo per la sua dipartita di 65 milioni di americani che hanno votato per il candidato democratico ha superato l'entusiasmo emotivo della componente afro-americana ed ispanica che ha ravvisato nell'ascesa ai vertici del potere di un non bianco l'epocale rivalsa su una storia secolare inficiata dal razzismo, dalla disuguaglianza e dall'ingiustizia sociale. Più accentuata, ai limiti di un'esagerata esaltazione, la reazione di gran parte dei mass media e dell'opinione pubblica europea e mondiale per una drastica ed, in quanto tale, ancora improbabile svolta della politica estera, militare ed economica del grande impero d'occidente. Per quanto riguarda la provincia italiana è bastato guardare ad alcuni titoli dei quotidiani nazionali del 6 novembre: "Il mondo è cambiato", "Il mondo nuovo", "Il nuovo mondo" e, il più dissennato di tutti, "Black Power", quasi fosse stato il reverendo Geremia Wright e non Barack Obama che lo aveva ripudiato a vincere la prova elettorale del 4 novembre.

Il clima da great expectations per una catarsi biblica da secondo avvento così ingenerato non è solo fuori dalla realtà, ma può rivelarsi negativo e controproducente per la nuova amministrazione democratica i cui portavoce hanno messo le mani avanti sottolineando come i problemi da affrontare siano immani, come i miracoli appartengano alla sfera celeste e come Obama non disponga di bacchette magiche per risolverli d'incanto.

Per quanto poi riguarda l'evoluzione positiva degli orientamenti dell'opinione pubblica statunitense la realtà emersa dalle più approfondite analisi post- elettorali ha portato a conclusioni più equilibrate e sobrie: la grave, gravissima crisi economica e finanziaria e lo sdegno per l'evidente collusione dell'amministrazione Bush con quelli che Franklin Delano Roosevelt chiamò i banksters e gli speculatori di Wall Street hanno contribuito sostanzialmente non al superamento ma all'accantonamento del pregiudizio razziale nei confonti di un keniota-americano la cui campagna elettorale era stata super partes, all'insegna dell'unità nazionale e a differenza di altri candidati afro-americani alla presidenza del passato, come Jesse Jackson e Shirley Chrisholm, non era stata impostata sulla difesa esclusiva degli interessi della loro etnia.

E comunque l'ordine di grandezza della recessione-depressione che sta sconvolgendo gli Stati Uniti  e il mondo intero a rendere quanto mai apprensive e dubbiose attese e previsioni su un suo superamento nell'arco di tempo di due o tre anni. I paragoni con il crash del 1929 stanno diventando incalzanti e sono molti a ricordare che il debito verso l'estero degli Stati Uniti in quell'anno fosse uguale a zero, mentre quello interno di oggi alimentato quasi esclusivamente dall'investimento in titoli americani di stato da parte della Repubblica Popolare Cinese, del Giappone, da altre tigri asiatiche e dell'Europa ammonta a tredicimila miliardi di dollari, all'equivalente cioè del PIL nazionale. Altri ancora ricordano la risposta di John Mainard Keynes a chi gli chiedeva se l'intera storia del mondo avesse registrato una crisi superiore a quella degli anni '30: "Sì - rispose il grande economista - venne chiamato Medioevo Barbarico e durò 400 anni".

Un'apocalisse del genere non è certo alle porte, ma il pessimismo prevalente anticipa una durata pluriennale. Bush lascia ad Obama oltre al debito pubblico su menzionato un disavanzo federale che oscilla dai 550 ai 750 miliardi di dollari a cui vanno aggiunti  gli 800 miliardi di liquidità pompati dalla Federal Reserve, i 750 miliardi stanziati e non ancora spesi dal Segretario al Tesoro Henry Paulson  e gli altri 200 miliardi per salvare dalla bancarotta Fannie Mae, Freddie Mac, la Goldman Sachs di cui lo stesso Paulson era stato presidente e il mastodontico istituto assicurativo American International Group. Nelle ultime settimane la crisi ha investito le emittenti delle carte di credito perché l'indebitamento privato non più redimibile dei cittadini ha raggiunto livelli astronomici di poco inferiori a quello pubblico. Il 5 novembre è stato infine annunciato che la disoccupazione ha superato il 6,5% della forza lavorativa: il calcolo putativo, in quanto basato su campioni limitati, dà quindi 10 milioni e mezzo di senza lavoro con le inevitabili ricadute sul crollo corrente dei consumi.

Il tonfo dei subprimes ha agito da miccia ad una bomba finanziaria che era cresciuta a dismisura negli ultimi quattordici mesi e le responsabilità sono ormai evidenti non solo per l'opinione pubblica in genere, ma anche per gli osservatori politici ed economici più obiettivi. Il senatore democratico Tester dello stato del Montana ha dichiarato: "I miei elettori vogliono vedere i dirigenti di Wall Street vestiti di arancione (l'uniforme dei forzati) raccogliere rifiuti ed erbacce sui margini delle autostrade" e persino il New York Times ha pubblicato nella sua Op Page del 28 ottobre un articolo dal titolo "Hang them high", appendeteli e cioè impiccateli bene in alto. Questa indignazione collettiva non sembra del tutto rispecchiata dalle possibili scelte che Barack Obama opererà nella formazione del suo gabinetto: è stato fatto il nome di Lawrence Summers, uno dei promotori di quella deregulation che è stata l'onda d'urto della grande crisi. Fu lui insieme a Phill Gramm l'artefice dell'abrogazione del "Glass-Steagall act" imposto da Roosevelt per bloccare speculazione e corruzione del mondo finanziario. Si fa anche il nome di Robert Rubin che dalla Goldman Sachs passò al Ministero del Tesoro di Clinton e poi alla direzione di City Group. Né destano particolare entusiasmo papabili quali l'ex presidente della Federal Reserve Volcker che aprì la strada al disastroso neoliberismo del suo successore Alan Greenspan, o Timothy Gaithner della Fed newyorkese.

Molte riserve sono state avanzate anche sui candidati al Dipartimento di Stato, da John Carrie a Richard Holbrooke, da Chuck Hagel a Sam Nunn, tutti personaggi in passato quanto mai impegnati nell'espansione accelerata dell'impero.

Lo stesso Barack Obama durante la campagna elettorale ha assunto posizioni più che discutibili per quanto riguarda la politica estera e militare degli Stati Uniti, dalla promessa di riconoscere Gerusalemme quale capitale dello stato di Israele, al mantenimento di contingenti americani in Irak dopo un ritiro "responsabile" del grosso delle forze USA da trasferire in Afganistan, dal perseguimento di una guerra ad oltranza contro il terrorismo alle minacce contro un Iran potenzialmente nucleare.  

E' probabile che queste ultime minacce ribadite dopo la vittoria elettorale abbiano avuto propositi dissuasivi nei confronti di Teheran. E' altresì probabile che quest'opera di dissuasione sia stata rivolta anche al governo israeliano. Non è infatti da escludere a questo proposito che l'amministrazione Bush intenda lasciare a quella democratica una vera e propria polpetta avvelenata. Nella prima conferenza stampa tenuta dal presidente eletto gli è stato chiesto se il primo rapporto segreto presentatogli dalla Cia contenesse elementi tali da indurlo a "pause di riflessione": ha risposto, con un'espressione grave dipinta sul viso, che non intendeva pronunciarsi al riguardo. Poi è intervenuto Bush a prevedere durante la transizione un grave attacco terroristico contro gli Stati Uniti o un loro alleato, un pronunciamento che ha accompagnato la missione non prevista ad Israele e in altri paesi mediorientali del Segretario di Stato Condoleeza Rice. La deduzione sottaciuta nella cerchia più ristretta dei collaboratori di Obama è che Israele si accinga a scatenare con il consenso e la collaborazione non dichiarata della presente amministrazione americana quel massiccio attacco aereo preparato da più di un anno contro gli impianti nucleari e le infrastrutture industriali dell'Iran dando il via così a una più grande guerra mediorientale.

Mala tempora currunt dunque e c'è solo da augurarsi che il nuovo presidente non si limiti a chiudere Guantanamo, ad abrogare le direttive sulla tortura, quelle più liberticide del Patriot Act, ad improntare formalmente a maggiore cordialità i rapporti con gli alleati e che abbia non solo il coraggio, ma anche, su tempi lunghi, i mezzi per far fronte alle catastrofi che incombono sulla civiltà occidentale e il mondo intero.