La Rinascita della Sinistra

 

SEATTLE: I CINQUE GIORNI CHE HANNO SCONVOLTO IL MONDO

dI Lucio Manisco

 

"Rare volte gli uomini sono padroni del loro destino:
la colpa, caro Bruto, non è nelle nostre stelle,
ma in noi stessi, che ci lasciamo sottomettere."
Shakespeare: Giulio Cesare, Atto I, scena II.

 

Seattle sembra aver dato ragione a Cassio: dentro e fuori il Convention Center gli uomini hanno strappato la globalizzazione dalla sua fissità stellare, la hanno riportata nella dialettica della storia, si sono riappropriati del loro destino. Grande lo sgomento tra i signori della terra che non hanno forse dimestichezza con il bardo inglese ma hanno sicuramente rammentato il monito rivolto un secolo fa ai loro predecessori da William Jennings Bryan: "Uno dei più importanti doveri di un governo - aveva proclamato il candidato riformista alla presidenza degli Stati Uniti - è quello di applicare anelli ai nasi dei maiali."

Da dieci anni a questa parte - hanno inveito con enfasi retorica decine di migliaia di dimostranti sulla quinta strada di Seattle - non solo non è stato posto anello alcuno agli "hogs", ai maiali delle transnazionali, ma è stato permesso loro di grugnire e dettar legge dai seggi del governo e delle maggiori istituzioni internazionali.

Lo sgomento dei governanti a Washington come a Madrid, a Londra come a Tokio, per il catastrofico naufragio del "Millenium round" ha contagiato i mass media gettando in un vero panico confusionario i loro più popolari operatori, soprattutto in Italia. (E' mai possibile che tutti, nessuno escluso, abbiano investito i loro risparmi in mutual finds a Piazza Affari?) Abbiamo sentito e visto un noto annunziatore del TG1 confondere Clinton con Nixon e nello stesso telegiornale un paludato commentatore chiamare "neo-luddisti" i dimostranti nella città dello smeraldo, quegli stessi studenti, quegli ambientalisti, quelle avanguardie operaie della Boeing, dei Teamsters, della AFL-CIO che da anni sono collegati "on-line" con il mondo intero e navigano notte e giorno sull'Internet.

E' forse troppo presto per parlare di "cinque giorni che hanno sconvolto il mondo", ma altri eventi altrettanto portentosi a migliaia di miglia da Seattle hanno fatto perdere la bussola ai crociati del libero mercato e dell'ultraliberalizzazione dei commerci. Wim Duisenberg, direttore della Banca Centrale Europea (BCE), ha continuato ad ostentare olimpica calma davanti ad un Euro che andava a picco, ma si è scatenato con la violenza di uno dei "casseurs" di Seattle contro il Cancelliere tedesco Gerhard Schröder: il salvataggio di Stato dell'impresa di costruzioni Philipp Holtzmann e il suo schierarsi in difesa della telefonica Mannesmann, oggetto di una scalata ostile da parte della britannica Vodafone, avevano già mandato in bestia il Commissario europeo Mario Monti, ma il Cancelliere tedesco aveva aggiunto un carico da novanta minacciando di introdurre qualcosa di simile alla Tobin tax sul movimento dei capitali speculativi attraverso le frontiere nazionali e dell’Unione Europea. (Dall'agosto 1998 all'agosto 1999 il flusso in uscita dall'Europa di capitali a lungo termine è stato di 480 miliardi di Euro, contro un flusso di segno opposto inferiore a 230 miliardi).

"Schröder - ha tuonato Duisenberg - ha danneggiato gravemente l'immagine dell'Europa, della sua economia retta e sospinta dalle leggi di mercato." Altri dirigenti della BCE, che in un recente passato non avevano risparmiato pesanti giudizi sull'età avanzata del loro boss, si sono trovati pienamente d'accordo con lui commentando "dalla fortezza Europa siamo passati allo Schloss Deutschland"; hanno parlato anche di "contagio francese", come se fosse pestilenza il vigore esemplare di una economia che nel rispetto degli impegni internazionali riconosce il primato della sovranità e dei diritti di cittadinanza nella gestione della res publica.

Con gli occhi infiammati dai lacrimogeni, tra un impacco e l'altro di acido borico, centinaia, migliaia di funzionari governativi, ministri, sottosegretari e addetti permanenti dell'Organizzazione Mondiale per il Commercio hanno guardato, di ritorno da Seattle, ad un mondo profondamente cambiato non solo dalla paralisi decisionale che aveva fatto colare a picco la pianificazione triennale del commercio mondiale, ma anche dal crollo nell'opinione pubblica dei rispettivi paesi dei dogma sulle funzioni salvifiche dell'abbattimento di ogni barriera commerciale. A demolire il decennale assioma secondo cui la globalizzazione altro non sarebbe se non il prodotto automatico ed irreversibile del progresso tecnologico nell'era dei computer ha contribuito primariamente l'insipienza dei Milton Friedman, dei Mike Moore, dei Tony Blair, dei Bill Clinton e delle legioni di "liberi marchettari" post-thatcheriani, post-reaganauti, ma anche soprattutto i centomila dimostranti di Seattle che hanno per la prima volta sfondato il muro di gomma dell'informazione televisiva diffondendo il loro messaggio liberatorio, articolato su una controinformazione fattuale e statisticamente valida. Dati come quelli sulla ricchezza di 225 supercapitalisti - presidenti di transnazionali o loro azionisti di controllo - che equivale al reddito annuale di due miliardi e mezzo di abitanti del pianeta. Rilievi attuariali sulle dislocazioni e le crisi della produzione agricola ingenerate nei paesi in fase di sviluppo dall'agrobusiness statunitense. La voluminosa documentazione sui nuovi modelli di sviluppo capitalistico che hanno creato disoccupazione massiccia nella stessa Europa e un'altrettanto massiccio incremento dei cosidetti "lavoratori poveri" negli Stati Uniti: il che ha rilanciato l'antico slogan di Edward Abbey secondo cui "la crescita per la pura e semplice crescita altro non è se non la filosofia della cellula cancerosa" . E poi naturalmente tutta l'altra informativa sulla devastazione ambientale, sull'abbandono programmato del principio precauzionale nella diffusione fuori controllo dei prodotti transgenici.

Pascal Lamy, il Commissario Europeo responsabbile per il commercio e principale negoziatore per l'Unione a Seattle, ha dichiarato dopo il grande fallimento: "Quanto è accaduto fuori del Convention Center ha avuto indubbiamente un effetto sui negoziatori ed ha reso insostenibile la posizione degli Stati Uniti." Il problema di Pascal Lamy, degno emulo di Sir Leon Brittain, è che nei quattro giorni di Seattle è stato duramente contestato dai ministri europei del commercio proprio perché aveva cercato compromessi a qualsiasi costo con la collega statunitense Charlene Barshefsky e con il Presidente della OMC Mike Moore; così come del resto era stato contestato lo stesso Romano Prodi, Presidente della Commissione Europea, per la sua inconcludente visita a Washington di poche settimane fa.

L'impostazione settoriale statunitense sulla trattativa triennale che avrebbe dovuto decollare nella città dello smeraldo - abbattimento dei sussidi all'agricoltura e degli ostacoli alla globalizzazione dei servizi - aveva provocato l'accanita resistenza europea e giapponese, mentre i paesi poveri e in fase di sviluppo erano partiti lancia in resta contro ogni regola "anti-dumping" mimetizzata con le formule sugli standard minimi del lavoro. Ora è fin troppo facile per i Lamy & Co scaricare ogni responsabilità sulle spalle di Bill Clinton, sulle sue ipocrisie, sul suo corteggiamento del sindacato USA che sostiene a colpi di miliardi la campagna del delfino Al Gore e quella della consorte Hillary Rodham (che c'azzecca con il negoziato OMC la firma del bando ILO al lavoro minorile?). E' troppo facile non perché le responsabilità del Conquistador dei Balcani non siano pesantissime per la madre di tutti i fallimenti nello Stato di Washington, ma perché i suoi critici dell'undicesima ora, fino alla vigilia del Millennium Round e nelle ultime fasi del prenegoziato Ginevrino, avevano fatto a gara sul percorso obbligato della Terza Via per compiacere, adulare e servire il Presidente degli Stati Uniti d'America.