22 novembre 2003

Lo schiaffo di Strasburgo Italia alla gogna

di Lucio Manisco

Il prestigio internazionale di un paese non può essere misurato su parametri certi e tanto meno su un arco di tempo di pochi anni. Anche se variabile è una nozione articolata su tradizioni storiche e culturali, sul carattere nazionale, sulle assunzioni di responsabilità con gli alleati, sulla coerenza della politica estera, sull'impiego razionale di mezzi economici o militari. Viene sottaciuto da chi ne dispone, esaltato da chi ne è sprovvisto, ignorato sull'arena mondiale quando viene usato come surrogato retorico di carenze, mistificazioni e ambizioni più o meno dissennati.

Il presidente del Consiglio italiano da un po' di tempo a questa parte parla sempre meno dell'accresciuto prestigio internazionale acquisito sotto la sua guida dal nostro paese. Al di là dei riconoscimenti formali ed interessati o delle dovute espressioni di cordoglio di un Bush o di un Putin, non può non avere registrato un fenomeno con pochi precedenti temporali nella storia recente: il crollo verticale, anzi l'azzeramento in poco meno di tre anni del prestigio - quale sia mai stato il suo significato reale, dell'Italia all'estero e soprattutto in Europa. Chi, anche fuori dagli ambienti governativi o parlamentari italiani, si è meravigliato o irritato per lo "schiaffo di Strasburgo" - la deplorazione del parlamento europeo per la difesa del macellaio della Cecenia perorata da Berlusconi nella sua veste di Presidente pro-tempore dell'Unione - non ha ovviamente seguito gli eventi del triennio o ha attinto le sue informazioni unicamente dal Tg1, da Mediaset o da Bruno Vespa.

La realtà è che la perorazione di Berlusconi nel vertice Ue-Russia è stata l'ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso, un vaso quello europeo quanto mai capace, un contenitore dilatabile che aveva ingollato le escandescenze della Thatcher e persino l'ingresso nel governo austriaco di un ministro del razzista Haider. La realtà è che il governo Berlusconi sin dai primi giorni del suo avvento al potere ha perseguito con grossolanità e ad oltranza direttive anti europee al servizio, a volte non richiesto, dell'amministrazione Bush e degli interessi personali e privati del cavaliere d'Arcore. Grazie all'informazione controllata dal nostro, l'Italia non ha memoria o non ce l'ha come gli altri paesi e governi dell'Unione: dimentica gli interventi del ministro alla Difesa Martino volti a sabotare qualsiasi iniziativa dell'industria militare europea a favore della subordinazione a quella Usa, il veto sui conati di difesa autonoma dell'Unione che non vadano al di là dell'allestimento di truppe coloniali sotto comando americano, gli ostacoli posti dal governo alla creazione di uno spazio giudiziario europeo, le acrobazie contabili di un Tremonti sui parametri di Maastricht molto prima che questi venissero impugnati dall'Ecofin, la difesa a spada tratta dell'ingresso su due piedi della Turchia e persino della Federazione Russa nella comunità che crollerebbe così come un castello di carte, proprio come auspicato a Washington; e poi la firma di Berlusconi alla lettera degli "otto" che sulla guerra all'Iraq aveva raccolto adesioni più o meno originali per scavalcare consiglio, commissione e parlamento europei; per non parlare del precipitoso, unilaterale ed ora sanguinoso intervento militare dell'Italia a sostegno dell'occupazione americana di quel paese, o del consenso incondizionato esteso al premier israeliano Sharon. Persino l'Inghilterra e la Spagna, asservite da Blair e da Aznar agli interessi dell'impero, non hanno assunto come l'Italia di Berlusconi un ruolo così smaccato di cavallo di Troia nelle mura tutt'altro che resistenti e per via dell'allargamento sempre più fragili dell'Unione.

Sulla questione dei diritti umani in Cecenia violati con stalinista pervicacia da Putin, l'Europa si era espressa più volte anche se senza sufficiente vigore. Il presidente protempore dell'Unione ha ignorato il tutto, orientamenti e direttive europee, anzi le ha attaccate in una dissennata difesa di Vladimir P. ed il parlamento di Strasburgo non ne ha potuto più.

«Presidenza italiana della Ue: Berlusconi accumula i biasimi» è il titolo di Le Monde in data odierna su un resoconto che si apre con questa sintetica battuta: «Cantonate diplomatiche, gaffes, contenziosi, richiami all'ordine da parte dei suoi alleati: raramente una presidenza dell'Unione europea è stata contestata come quella dell'italiano Silvio Berlusconi...».

Qui, come dicevamo, gli alti e bassi del prestigio internazionale di un paese contano fino ad un certo punto; quando viene azzerato con colpi di maglio contro una politica comune sottoscritta da predecessori più o meno illustri, il prezzo viene, verrà pagato in soldoni dall'intero paese.

Sarà interessante ascoltare il presidente del Consiglio quando illustrerà il 16 dicembre i risultati della sua conduzione all'assemblea di Strasburgo ove dovrà rispondere a quesiti già posti dagli eurodeputati sul mandato di cattura europeo, su Cecenia e Turchia, sulle sanzioni con cui l'Europa dovrà reagire alle barriere tariffarie Usa condannate anche dall'organizzazione mondiale del commercio, sugli orrori di Guantanamo, sulle violazioni della libertà di informazione nel nostro paese, sulla rovinosa sconfitta americana in Iraq, sull'eroina pura che sta invadendo il continente grazie all'Afghanistan liberato e democratico...

Da notare come le richieste di accreditamento stampa per quella sessione parlamentare abbiano di lunga superato la capacità delle tribune nell'emiciclo di Strasburgo.

Lucio Manisco